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Immagine trovata su whatamimissinghere.comMa che grande la Cina, che potente, quanto produce! Il coretto greco dei sinistri è veramente odioso. Fortunatamente, more solito, è sballato. La Cina rischia di trovarsi in mano una montagna di debiti inesigibili. Tutto perché continua a seguire politiche mercantiliste e keynesiane autolesioniste.

Tutti parlano senza sosta del “secolo cinese”, dell’imminente sorpasso della Cina come superpotenza mondiale, il coro sui giornali è universale, nessuna persona ammodo e ben educata può mettere in dubbio questo articolo di fede senza beccarsi dell’ignorantone incolto. Al sottoscritto le assemblee bulgare e le professioni di fede, a parte quelle con la F maiuscola, sono sempre state indigeste. Per questo che, ogni qual volta senta un coro indistinto e generalizzato di persone che la pensano alla stessa maniera, il mio istinto mi dice inevitabilmente di pensarla in maniera diversa. Qualche volta questo spirito da bastiancontrario molto toscano mi ha portato bene (ricordatemi di raccontarvi di quella volta che feci comprare ai miei delle azioni dopo un crollo particolarmente violento), altre volte mi ha alienato simpatie e probabilmente chiuso parecchie porte, ma, in fondo, va bene così.

Una tra le previsioni più facili per questo 2011 è sicuramente il continuare dello starnazzare delle anitre sulle meravigliose ed inevitabili sorti della nuova, grande potenza planetaria, che ancora, anche se in maniera furbesca, formalmente è una repubblica socialista. Ai sinistri sembra la grande vendetta dopo il crollo del loro amato Muro e di quella grande patria sovietica nella quale avevano investito tutto, vendendole da tempo immemorabile onore, dignità e quel poco di cervello rimasto. Il fatto che l’economia cinese sia ancora un quarto di quella americana nonostante la popolazione quattro volte più grande e la memoria degli effimeri quanto straordinari tassi di crescita dell’Unione Sovietica di Krusciov vengono convenientemente ignorati. Il futuro è cinese e socialista. ‘Avevamo ragione noi, visto?’, si dicono, tronfi, i soliti cattivi maestri sinistrati. A me, come a chiunque abbia letto qualche libro “giusto”, la cosa fa parecchio ridere ma lascerò che a parlare sia l’ottimo Gary North, economista preferito dall’Apolide, che in uno degli ultimi numeri della sua eccellente newsletter “Reality Check” ha parlato diffusamente di Cina, mercantilismo, banche centrali, default e PIIGS. Il pezzo è parecchio lungo, ma molto interessante. Prendetelo come un “risarcimento” per il pezzo “fuffoso” di inizio anno. Vi risparmio anche i miei commenti (quanto sono buono, vero?). Buona lettura a tutti e, mi raccomando, fatelo girare più possibile, che merita davvero.

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La Cina intrappolata dal mercantilismo
Gary North
Originale (in inglese): Gary North’s Reality Check (n°1025 – 24/12/2010)
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

“Non rubare, se non dopo un voto di maggioranza” – Il Vangelo secondo Keynes, Capitolo 1, verso 1

Il keynesianismo è una filosofia economica basata sull’idea che il mercato libero ha bisogno dell’intervento governativo per mantenere giustizia ed efficienza. Il libero mercato, secondo Keynes, è sia inefficiente sia ingiusto per l’uomo comune.

Lo è anche il mercantilismo.

Il keynesianesimo è seguito quasi da tutti oggi. Quindi lo è anche il mercantilismo. Questo collegamento non è intuitivo ma è comunque valido. Quello che i libri di testo di economia non dicono, visto che sono scritti in gran parte da keynesiani, è che il keynesianesimo è solo una forma di mercantilismo con tante belle equazioni.

Ufficialmente, i libri di testo sono anti-mercantilisti.

C’è una ragione per questo comportamento. Il mercantilismo è ufficialmente sbagliato, in quanto innegabilmente vecchio. I libri di testo promuovono sempre l’ultima moda, “l’ultima è sempre la migliore”. Si è creduto nel mercantilismo dal 1650 al 1750, quindi è passato di moda da un pezzo.

Eppure, in realtà, è la filosofia economica dominante, anche se opera in incognito. Questo travestimento si chiama “commercio regolato”, talvolta definito “commercio equo e solidale”. I santoni del mercantilismo battezzano i neo convertiti nel nome del libero mercato ma li catechizzano con una dottrina che è solo una variante del mercantilismo. Il mercantilismo moderno non è che “il libero mercato modificato in modo da garantire giustizia ed equità”. Per “giustizia”, si intende ovviamente “proteggere un blocco elettorale favorevole ad una parte politica”.

Fate attenzione a queste modifiche. Ecco dove si compie il trucco da prestigiatore. Ecco dove e come professori dalla dialettica forbita proveniente dai migliori dipartimenti di economia separano i fessi dai propri soldi (per favorire gli amici degli amici ndApo).

LA GRANDE TRUFFA DELL’ECONOMIA

Nei libri di economia e storia è in corso una gigantesca truffa. I libri di testo vendono agli studenti il mercantilismo, tutto in nome dell’anti-mercantilismo.

Tutti i libri di testo universitari promuovono il mercantilismo nelle materie monetarie. Tutti promuovono la causa delle banche centrali. Tutti si rifiutano di applicare la logica del cartello alle operazioni delle banche centrali. I cartelli sono previsti e favoriti dalla dottrina mercantilista nel commercio interno ed internazionale. Ma le banche centrali non sono mai presentate come dei cartelli, nonostante in realtà lo siano, sia in teoria che in pratica.

Quando vi accorgete che un sostenitore di una teoria si “dimentica” di parlare di qualcosa che dovrebbe essere ovvio sia dal punto di vista logico che storico, tenete la mano sul portafoglio e la schiena contro il muro.

I pochi libri di testo scritti da economisti della scuola di Chicago si basano sulla professione di fede di Friedman nel 1965, quando disse che “oggi siamo tutti keynesiani”. Come ebbe occasione di spiegare in seguito, si riferiva solo al metodo d’indagine economica. Ma il problema è proprio di metodo, come può spiegare qualsiasi buon economista della scuola austriaca… sempre che ne riusciate a trovare uno.

I libri di testo sono libri voluminosi e noiosi, scritti in modo da superare l’esame di un comitato. Il comitato è pagato dall’editore per agire in nome e per conto di altri comitati, specificamente i comitati dei dipartimenti universitari che assegnano i libri di testo per gli studenti. Un libro che non promuova la metodologia dominante non passa mai l’esame del comitato delle case editrici.

Quindi, quando Friedman diceva “siamo tutti keynesiani” voleva dire “i comitati di selezione degli editori sono tutti fatti da keynesiani”.

I DUE MERCANTILISMI

Il mercantilismo originale fu una teoria del commercio internazionale molto seguita ma inevitabilmente sbagliata che affermava che una nazione diventa ricca esportando più beni di quanti non ne importi. David Hume, il filosofo scozzese, rifiutò questa conclusione più di 250 anni fa. Il suo conterraneo, Adam Smith, la cancellò sistematicamente nel 1776.

Una nazione diventa ricca solo se i suoi residenti sono ricchi. I residenti diventano ricchi aumentando la propria produttività. Rimangono ricchi se il governo gli permette di fare quello che gli pare con le loro ricchezze, sia che siano definite in termini di grammi d’oro, conti correnti o beni fisici. La libertà è la prima base per aumentare l’abilità del popolo di diventare più efficiente e quindi più produttivo. Smith lo affermava nel 1776. I keynesiani moderni negano che questo principio sia valido.

Il moderno mercantilismo accademico dominante in Occidente ha invertito l’enfasi sulle esportazioni. Secondo chi segue questa teoria, una nazione diventa ricca importando più beni di quanto ne esporti. La differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni è coperta dall’emissione di obbligazioni legate al debito pubblico. Il sistema si potrebbe definire “spendi se vuoi diventare ricco”, il che si traduce in un “chiedi in prestito per diventare ricco”. Il keynesianesimo occidentale è tutto qui.

In Asia, invece, vige un altro tipo di mercantilismo, che segue le regole antiche: esportare per arricchirsi. C’è una differenza tra il mercantilismo asiatico moderno e quello europeo del XVIII secolo. Nel 1750, i mercantilisti raccomandavano che l’oro sarebbe dovuto entrare nel circolo dell’economia nazionale come pagamento per le esportazioni. Il mercantilismo asiatico moderno insegna che al posto dell’oro dovrebbero entrare in circolo promesse di pagamento emesse da governi stranieri.

Il vecchio mercantilismo europeo sembrava molto più sensato.

Il mercantilismo accademico keynesiano dell’Occidente ed il mercantilismo asiatico sono gemelli siamesi. Ognuno supporta l’altro. Le banche centrali asiatiche prestano monete “fiat” (non basate su alcun controvalore fisico ma solo sulla promessa di pagamento da parte del governo ndApo) per comprare valute occidentali, che poi sono prestate ai governi occidentali. Questo mantiene basso il valore delle valute asiatiche. Gli occidentali quindi possono comprare più beni fatti in Asia, il che consente ai tassi di interesse interni di rimanere bassi, un mucchio di crescita economica e la rielezione dei politici.

Il mercantilismo dell’elettore americano è ancora quello antico. I lavoratori vogliono essere protetti dalle importazioni dall’estero. Vogliono un’economia tutta basata sulla importazioni, con dazi doganali alle frontiere per scoraggiare le importazioni. Quando si rivolgono ai mercantilisti accademici keynesiani, ottengono molto poco supporto, visto che costoro vogliono l’aumento delle importazioni finanziato da debiti emessi dai governi asiatici e dalle banche centrali di tutto il mondo.

I politici ed i burocrati da entrambi i lati della barricata non accettano le teorie economiche del libero mercato, visto che sono basate sull’assunto che il governo dovrebbe avere meno controllo sull’economia, incluso il controllo della massa monetaria. Vedere ridotto il controllo del governo sulle vite dei cittadini va contro ai propri interessi. Il loro guadagno come cittadini sarebbe minimo, trattandosi di un aumento in termini di libertà e ricchezza distribuito su tutta la popolazione. La perdita individuale che subirebbero come mercanti di influenza e dispensatori di potere personale sarebbe enormemente più grande del guadagno individuale come cittadini.

Ma cosa dire degli elettori occidentali? Non capiscono che i dazi non sono altro che imposte sulle vendite e che ogni aumento delle tasse li priva di parte della loro ricchezza? No, non lo capiscono. Vedono i dazi come un modo per dire a tutti quegli stranieri del cavolo di girare al largo. Pensano che la loro ricchezza come cittadini di una nazione protetta – tramite i dazi doganali – aumenti quando hanno meno denaro in tasca da spendere per quello che vogliono comprare.

Sono forse pazzi? No, sono mercantilisti tradizionali, quindi immuni alla logica dell’economia. Non riescono a superare la logica della loro posizione con il ragionamento. Pensano che meno sia di più: meno reddito netto come cittadini privati vuol dire un aumento della loro ricchezza come cittadini di una nazione più prospera.

Cosa pensare degli elettori asiatici? Non vedono che le politiche che danno sussidi all’esportazione riducono la loro proprietà dei beni? Non vedono che in questo modo sono impoveriti? No, non lo capiscono. Si vedono solo come lavoratori. Vedono le esportazioni in Occidente come sempre buone. Non considerano che vendersi beni l’un l’altro sarebbe comunque una fonte di posti di lavoro nel proprio paese. Si concentrano su quello chiaramente evidente – i denari guadagnati esportando beni – ignorando quello che è molto meno evidente, ovvero la perdita di domanda interna per gli stessi beni (qui North fa chiaramente riferimento a Frédéric Bastiat, applicando lo schema espresso mirabilmente nel saggio “Ce qu’on voit et ce qu’on voit pas” ndApo).

Keynes diventò mercantilista nei primi anni ’30 e si portò dietro gli economisti più giovani. Allora promuoveva l’idea della programmazione economica statale, visto che era un dipendente del Tesoro. Si fidava dei giudizi degli altri dipendenti del Tesoro, fino a quando avessero seguito i suoi consigli (ça va sans dire ndApo).

Pensiamo che gran parte degli economisti siano keynesiani perché buona parte di esse pensa che il governo – quando segua i propri consigli – sia più saggio della massa di produttori, che singolarmente agiscono da consumatori. Le masse agiscono sempre nel loro interesse personale e buona parte degli economisti pensa che un economista con il dottorato sia in grado di dare consigli molto migliori ai burocrati di quando non possano fare i cittadini. Gli economisti sono addestrati sempre a pensare in termini macroeconomici, di sistema-paese, mentre le masse sono limitate dalla loro visione microeconomica.

ED IO COSA CI GUADAGNO?

Tutti pensano in maniera microeconomica. Tutti si chiedono sempre “io cosa ci guadagno?”. Gli economisti guardano a tutti i soldi provenienti dalle tasche dei contribuenti che possono intascarsi come consulenti del governo e concludono “il governo deve aumentare il suo intervento nell’economia”. Gli elettori vedono solo la loro vulnerabilità nei confronti dei produttori di beni stranieri e pensano “il governo deve aumentare il suo intervento nell’economia”.

Ecco come fa a sopravvivere il mercantilismo. Gli economisti pensano che le persone agiscano sempre pensando al proprio interesse particolare e gran parte delle persone credono di poter usare il potere coercitivo dello stato per arricchirsi più di quanto gli altri non possano usare lo stesso potere coercitivo per ripulirgli il portafoglio.

Il mercantilismo è la filosofia economica che afferma “posso usare il potere politico per fregarti soldi dal portafoglio più di quanto tu non possa usarlo per mettere le mani sul mio”. Si tratta di una filosofia soddisfacente per l’ego dei cittadini. Agli uomini piace pensarsi molto furbi in senso politico. Gli uomini non si vedono altrettanto furbi quando si tratta di affrontare il libero mercato, dove contano i risultati e basta. Giorno dopo giorno vedono che altri uomini possono sfidarli e batterli come produttori di beni o servizi. Gli effetti dell’interferenza della politica in economia sono molto meno evidenti. Anche quando si rendono conto che la politica li sta privando della libertà e della ricchezza sono rassicurati dalla speranza che “la nostra parte sicuramente farà meglio alle prossime elezioni”.

Tutte le fazioni si rendono conto di stare perdendo la libertà, ma tutti sono inevitabilmente sicuri che le prossime elezioni porteranno quella vittoria necessaria perché il governo finalmente agisca per difendere gli interessi della propria parte politica.

Quei pochi gruppi che guadagnano dall’aumento delle dimensioni dell’intervento statale occupano militarmente le segreterie dei partiti. Non possono perdere, visto che promettono sempre la solita cosa: “la prossima volta più bottino da spartirsi. La prossima volta ancora più pasti gratis. La prossima volta ancora più fama, onore e gloria. Fidatevi di noi”. Gli elettori ci cascano tutte le volte.

Il mercantilismo si vende facilmente. Lo comprano le persone che credono che alla base della ricchezza ci siano i distintivi e le pistole, sempre che i “nostri” riescano a mettere le mani sui distintivi e le pistole.

Il problema è che i “cattivi” sembrano sempre avere più pistole dei “buoni”. Il fedele non conclude che sarebbe meglio concedere meno distintivi e magari togliere le pistole dalla circolazione. Chiedono sempre più leggi, più tasse, più distintivi, più pistole. La prossima volta, la prossima volta, la prossima volta, vedrai che alla fine vinceranno i “buoni”.

I ricchi ed influenti che vendono beni e servizi al governo sorridono e annuiscono convinti. “Vi aiuteremo a cacciare i cattivi dal governo, la prossima volta”. Gli elettori di ogni fede politica ci credono e sono grati.

La filosofia economica della religione del “la prossima volta è quella buona” è il mercantilismo. Questa religione è molto seguita. Solletica gli istinti criminali nei cuori degli uomini, i quali sono disponibili in quantità infinita e non costano un bel niente. L’unico comandamento di questa fede economica è quello che ho usato all’inizio del saggio: “non rubare, se non in seguito ad un voto di maggioranza”.

IL MERCANTILISMO CINESE

Un titolo su Google News annuncia che la Cina ha promesso di supportare il debito del Portogallo e di altri stati altrettanto inguaiati, i famosi PIIGS. La storia è stata riportata da numerosi siti e la trovate a questo link.

http://bit.ly/ChinaEuro

Gli articoli erano tutti brevissimi. Erano tutti basati su una singola dichiarazione di una burocrate femmina. Si è venuto a sapere che è una dipendente del ministero degli esteri. Ma questo ministero non ha alcuna autorità sulla Banca Popolare Cinese, che siede su 2.600 miliardi di dollari in riserve valutarie straniere, ovvero promesse di pagamento di governi stranieri.

La donna non ha spiegato come avrebbe fatto la banca centrale a procurarsi i soldi per comprare i buoni del tesoro dei PIIGS. Sembra ovvio che avrebbe creato i soldi dal nulla, comprato la valuta e quindi i buoni del tesoro.

Perché mai la banca centrale dovrebbe comportarsi così? Non l’ha detto ma non ce n’era bisogno: per sostenere l’euro. L’euro, infatti, è minacciato dai conti sempre più astronomici che la Banca Centrale Europea e la stessa Unione Europea devono pagare. Il Fondo Monetario Internazionale è anch’esso coinvolto nel prestare soldi agli inguaiati PIIGS.

Perché mai la banca centrale cinese dovrebbe supportare l’euro in questa maniera indiretta? Per tenere il cambio tra yuan ed euro alto. Perché dovrebbero volere questo risultato? Per sostenere le esportazioni dalla Cina all’Europa. Se l’euro rimane alto, gli europei compreranno più beni dalla Cina.

Questa politica di sostegno alle esportazioni in Europa è sia positiva che negativa per i burocrati a Washington. Sono buone notizie per Timothy Geithner (ministro del Tesoro USA) che continua a lamentarsi con il governo cinese perché la smetta di mantenere artificialmente elevato il tasso di cambio tra dollaro e yuan per sostenere le importazioni americane dalla Cina. Se la Banca Popolare Cinese usa i nuovi yuan falsi (letterale ndT) per comprare i buoni dei governi dei PIIGS, non può usare gli stessi soldi falsi per comprare i buoni del tesoro US, così che gli americani comprino più beni dalla Cina. Il dollaro, quindi, tenderà a calare di valore nei confronti dello yuan. Geithner sarà quindi visto come un negoziatore efficace, piuttosto che un incapace lamentoso che i cinesi possono tranquillamente ignorare, come hanno fatto negli ultimi due anni.

D’altro canto, la notizia è pessima per Timothy Geithner, che deve affrontare un deficit di bilancio da 1.600 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2011 e che ha un disperato bisogno che la Cina compri i buoni del Tesoro USA per mantenere bassi i tassi d’interesse sul debito pubblico.

IL DILEMMA PER LA CINA (E PER GEITHNER)

I dirigenti cinesi sono di fronte ad un dilemma: devono comprare per forza promesse di pagamento di governi occidentali che inevitabilmente dichiareranno bancarotta. I PIIGS andranno a gambe all’aria di sicuro. Anche il governo statunitense farà la stessa fine, visto che i propri debiti sono molto più grandi di quelli dei PIIGS.  Quando arriverà il default, la Banca Popolare Cinese siederà su una montagna di sofferenze – e del tipo peggiore: quelle di stati chiaramente in bancarotta, non solo tecnicamente incapaci di ripagare, come sono i buoni del tesoro americano oggi.

I dirigenti americani hanno un dilemma non meno grave: il governo americano dipende dalle decisioni dei dirigenti cinesi. Il Tesoro americano ha bisogno che la banca centrale cinese continui a comprare il debito americano. Se la banca centrale si dovesse rifiutare, sarebbe la Fed a dover comprare tutto il debito emesso per impedire ai tassi di interesse dei T-Bonds dall’andare alle stelle. Ma il fatto che la banca centrale continui a comprare debito americano significa che gli Stati Uniti continueranno ad importare più di quanto non esportino in Cina. Queste sono pessime notizie per i mercantilisti. Si tratta del temutissimo deficit della bilancia commerciale.

Per i consumatori americani, ovviamente, sono buone notizie. I beni che i cinesi non possono comprare, visto che li compriamo noi, sono un bene per il consumatore americano. Quando entrate da Best Buy o da Wal-Mart (due delle più grandi catene di supermercati dell’elettronica ndApo) e vedete quella parete piena di televisori LCD, sapete che non sono stati fatti negli Stati Uniti. Sono stati costruiti in Cina, marchiati da una ditta coreana o giapponese e poi esportati in America.

La banca centrale cinese può creare moneta fiat, e lo sta facendo. Può comprare valuta straniera con questa moneta nata dal nulla, e lo sta facendo. Può quindi comprare promesse di pagamento dai governi stranieri, e lo sta facendo. Perché si comporta così? Perché i propri dirigenti sono keynesiani. Sono stati educati nelle migliori università straniere. I professori di economia nelle migliori università cinesi sono anch’essi keynesiani.

La teoria economica keynesiana si basa su due assunti: (1) la crescita economica nasce dalla spesa in deficit dei governi centrali; (2) le banche centrali possono sempre creare dal nulla abbastanza denaro per comprare le promesse di pagamento dei governi a tassi di interesse bassi, in grado di stimolare l’economia. A questo si aggiunge il principio del mercantilismo tradizionale: la ricchezza delle nazioni si ottiene esportando più beni di quanti ne vengano importati.

I burocrati ed i politici da entrambi i lati del confine non possono ottenere entrambi questo risultato. Entrambe le nazioni, ovvero i produttori di beni su entrambi i lati di una linea immaginaria, non possono esportare entrembi più beni e servizi di quanti ne importino dall’altra parte. Una parte o l’altra esporteranno più beni. Per far questo, deve comprare più strumenti di investimento dall’altra parte del confine.

Se gli esportatori cinesi vogliono continuare ad esportare più beni di quanto non ne possano importare i cinesi, allora qualcuno deve prestare agli stranieri i soldi necessari per comprare questi beni “in eccesso”. I pagamenti si bilanciano sempre, a meno che una delle due parti non stia regalando i beni prodotti. Se la Cina esporta 500 miliardi di dollari di beni più di quanti ne importi, qualcuno in Cina deve prestare 500 miliardi agli stranieri che importano tali beni. La banca centrale cinese è questo soggetto. Crea dal nulla la moneta elettronica per fare questi prestiti.

Se i dirigenti cinesi fossero tutti seguaci delle teorie economiche della scuola austriaca, direbbero alla banca centrale di smetterla di comprare o vendere assets. La migliore politica che può portare avanti una banca centrale è quella di chiudere bottega. Se proprio non si può chiudere baracca e burattini, allora meglio non fare assolutamente nulla. Ma i banchieri centrali chiedono “ed io cosa ci guadagno?”. Concludono che sarebbe poco saggio, dal punto di vista delle proprie carriere, sia chiudere sia non fare niente. A questo punto convincono i dirigenti del paese che è necessario fare altri prestiti all’Occidente per finanziare le esportazioni in Occidente. In pratica, quindi, stanno “vendendo” il mercantilismo.

La teoria economica austriaca è difficile da vendere.

Questo non vuol dire che sia impossibile. Sempre più cittadini cinesi stanno leggendo fonti che promuovono la visione dell’economia austriaca sulla Rete.  I siti principali dove trovare fonti affidabili sono www.Mises.org e
www.LewRockwell.com.  Ma il “mercato” per questa visione del mondo è molto limitato nei circoli vicini al governo cinese.

Il “mercato” per la libertà è decentralizzato e quindi politicamente diffuco. Il mercato per il potere è invece centralizzato e quindi politicamente concentrato. Il ritorno individuale derivato dal potere politico è più grande delle perdite individuali derivate da ogni aumento del controllo politico sull’economia ma solo per chi supera il processo di selezione (co-optazione, nel caso italiota ndApo). Chi sopravvive, diventa un dirigente. I dirigenti scelgono sempre di cercare più potere per sé stessi. La moneta, nel circolo degli “eletti” della politica, è il potere. La moneta nel regno delle loro vittime è la libertà. Ma le loro vittime non se ne rendono conto. Si fidano degli “eletti” e del sistema di selezione politica. Ci vuole un salto di fede per abbandonare questa pluri-decennale fiducia (o una classe politica disastrosamente autoreferenziale ed incapace… ndApo).

Quando l’economia va a carte quarantotto, gli “eletti” della politica devono dare la colpa a qualcosa che non sia il sistema di governo esistente, dal quale traggono le proprie fortune. Le vittime potrebbero alla fine dare la colpa al processo di selezione, ma questo non è successo in Occidente da quasi un secolo (beh, in Italia è successo da un pezzo, ma i risultati sono stati esattamente opposti a quelli previsti da North ndApo). Più che i governi si dimostrano incapaci di rispettare le promesse fatte, più che gli elettori chiedono un aumento dell’intervento governativo. Questo è il dilemma della scuola austriaca, espresso chiaramente sessant’anni fa da Ludwig Von Mises nel suo famoso saggio “The Middle of the Road Policy Leads to Socialism“.

CONCLUSIONI

Fino a quando i dirigenti cinesi saranno legati a politiche keynesiane, saranno intrappolati dal mercantilismo. Continueranno a comprare promesse di pagamento di governi implicitamente in bancarotta, come i PIIGS, o del più grande maiale di tutti, il governo degli Stati Uniti. Alla fine, chi emette promesse di pagamento nonostante sia implicitamente in bancarotta, dichiarerà il default, in un modo o nell’altro.

Fino ad allora, possiamo continuare a comprare tutti i meravigliosi beni provenienti dalla Cina, prodotti da risorse, sia umane che minerali, provenienti dai confini invisibili della Cina (magari – vengono da mezzo mondo, dove i cinesi stanno facendo disastri inenarrabili ndApo). Il popolo cinese, ancora povero secondo gli standard occidentali, continuerà a sovvenzionare i consumatori occidentali. La loro banca centrale comprerà le promesse di pagamento dei nostri governi, così che noi possiamo comprare tanti bei televisori a grande schermo dalla Cina.

Tutte le volte che accendo il televisore, dovrei ringraziare i banchieri della Banca Popolare Cinese.

Speriamo che Geithner, lo spacciatore di promesse di pagamento, abbia maggior successo di Geithner il rompiscatole che critica il cambio artificiale dello yuan, visto che quest’ultimo non è riuscito a combinare niente. Fino a quando il governo degli Stati Uniti continuerà a correre verso la bancarotta, cosa che ormai è evidente, potrò ancora comprare tutti quei prodotti d’importazione dalla Cina a pochi spiccioli.

Spero che arrivino le televisioni 3D senza bisogno degli occhiali polarizzati prima che lo Zio Sam vada a gambe all’aria. Ecco cosa ci posso guadagnare io.

Visto che siamo intrappolati sul Titanic, tanto vale godersi tutti i divertimenti finché durano.

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