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Immagine trovata su frey-demographer.orgLa scienza sociale più noiosa e trascurata di tutte ha deciso che è il momento giusto per vendicarsi. Dall’Europa all’America il nemico più grande dei sinistri e degli statalisti è proprio la demografia. Alla fine le chiacchiere stanno a zero: se la gente vota coi piedi, sono guai grossi per i comunistardi.

L’invito di ieri non è stato accolto dagli indaffarati frequentatori dell’antro, probabilmente perché sono in tutt’altre faccende affaccendati (i dati degli accessi non mentono, purtroppo). A questo punto, il vostro affezionato padrone di casa si domanda se sia il caso di dilungarsi tanto in elaborati commenti sulle questioni molto importanti sollevate dagli articoli citati dall’ottimo post dell’altrettanto ottimo Ed Driscoll che trovate tradotto qui sotto. Non prendetevela a male, il periodo è quello che è, la voglia scarseggia, la depressione da fine dell’anno incombe, insomma, ho deciso di evitare di commentare l’articolo.

Cose da dire ve ne sarebbero. Si parla di demografia, del suicidio collettivo che il nichilismo e la dittatura del “Me” hanno imposto alla nostra civiltà, al rifiuto del futuro, delle proprie responsabilità, per rifugiarsi in un universo edonistico fatto di vuote, futili gratificazioni istantanee, a tutto vantaggio di chi specula sui nostri difetti e ci vorrebbe sempre più imbelle, incapace, egoista e delinquente. Come mai? Facile. Un popolo di persone oneste, per bene, responsabili, non ha bisogno di leader carismatici, di burocrati che facciano e disfacciano a loro piacimento. Un popolo onesto vuole solo essere lasciato libero di fare quel che gli pare, anatema per chi vuole solo mungere i cittadini per riempire le tasche sue e dei suoi compagnucci della parrocchietta.

Le mie considerazioni le lascerò ad un prossimo appuntamento, magari quando non sarò costretto a sopportare le mille odiose pubblicità piene di bambinetti antipatici, viziati, intollerabili che mi fanno spesso sperare in una replica dell’editto di Erode. In ogni caso, buona lettura e buon commento.

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Conta ancora la demografia, stupido
Ed Driscoll
Originale (in inglese): Pajamas Media
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Come fa notare Jim Hoft su “Gateway Pundit”, “Cattive notizie per i democratici… gli stati ultra-blu continuano a perdere popolazione nei confronti degli stati rossi – il Texas guadagnerà 4 seggi alla Camera”.

Il rapporto del censimento che sarà pubblicato martedì dovrebbe dare altre buone notizie ai repubblicani, visto che la popolazione statunitense continua a spostarsi dagli stati ultra-blu a stati più conservatori, nella Sun Belt.
La Associated Press scrive:

Il rapporto sul censimento del 2010 che sarà pubblicato martedì includerà una vagonata di ottime notizie politiche per i repubblicani e dati invece pessimi per i democratici che sperano di rieleggere il presidente Barack Obama e riprendersi dalle devastanti elezioni del mese scorso.

La popolazione continua a spostarsi dagli stati che votano democratico della Rust Belt a stati che invece votano repubblicano, nella Sun Belt, una tendenza che sarà descritta dal rapporto decennale al presidente che il Census Bureau pubblica dopo ogni censimento. Cambia quindi anche il peso di ogni stato in politica, visto che la nazione deve redistribuire i 435 distretti della Camera per far sì che siano più o meno equivalenti in termini di popolazione, secondo gli ultimi dati del censimento.

Lo stato che guadagnerà di più sarà il Texas, uno stato dominato dal GOP che dovrebbe guadagnare quattro nuovi seggi alla Camera, portando il totale a 36. I maggiori perdenti – New York e l’Ohio, che secondo analisi non governative dovrebbero perdere ciascuno due seggi – sono stati vinti entrambi da Obama nel 2008 e rappresentano gli stati del Nord-Est e del Midwest che stanno perdendo influenza politica.

Nel frattempo, ancora negli stati blu, nel 2005, James Taranto notò un reportage della AP sulla mancanza di famiglie a San Francisco:

Secondo l’Associated Press, “San Francisco ha la percentuale più bassa di giovani di ogni altra città degli Stati Uniti. Solo il 14,5 per cento della popolazione cittadina ha meno di 18 anni”. Il reportage della AP giustifica il basso numero di bambini con l’elevato costo delle case e la prevalenza in città di orientamenti sessuali non diretti alla procreazione. Non si parla, invece, dell’effetto ‘aborto’ (certo, quando mai… ndApo). La AP descrive come la città sta pensando di reagire alla crisi:

Determinato a cambiare la situazione, il sindaco Gavin Newsom ha messo la ‘crisi dei bambini’ tra le priorità della sua agenda, nominando una commissione di 27 membri per sviluppare piani in grado di mantenere le famiglie in città (ti pareva ndApo) … Newson ha allargato la copertura sanitaria per i poveri fino alle persone sotto i 25 anni ed approvato un credito fiscale per le famiglie dei lavoratori (allegria! ndApo). Gli elettori (buoni quelli… ndApo) hanno approvato misure per sostenere le scuole pubbliche di San Francisco, che hanno visto il numero di studenti calare da 62.000 a 59.000 dal 2000.

Un’iniziativa popolare approvata ha concesso fino a 60 milioni di dollari all’anno per ripristinare i programmi artistici nelle scuole pubbliche, potenziare l’educazione fisica ed altri programmi extra che il bilancio statale non copre più. Un’altra iniziativa ha espanso il Children’s Fund della città, garantendo circa 30 milioni di dollari all’anno per attività extra-scolastiche, sussidi per gli asili ed altri programmi.

Quindi il fatto che non ci siano più bambini è una ragione per spendere più soldi dei contribuenti per le scuole e gli altri programmi per i giovani. Allora, se ci fossero più bambini, sarebbe forse una ragione per spendere meno? La domanda si risponde da sola, non vi pare? Come disse una volta Ronald Reagan, “nessun governo riduce volontariamente le sue competenze. I programmi governativi, una volta inaugurati, non spariscono mai. In effetti, un ufficio governativo è la cosa più vicina alla vita eterna che possiamo vedere sulla Terra”.

Cinque anni dopo, se vi steste ancora domandando se San Francisco fosse sempre in testa a questa sfortunata lista e quale fosse la seconda in classifica, il blog “Newsalert” risponde alla vostra curiosità. Citando un reportage del  “Seattle Times”, scrivono che la “giovane, alla moda, Seattle è ancora disperatamente a corto di bambini”:

In molti quartieri di Seattle c’è qualcosa che manca: il suono delle risate dei bambini.

I dati del recente censimento dicono che Seattle continua una tendenza pluri-decennale che la vede avere la concentrazione più bassa di bambini tra tutte le città degli Stati Uniti, tranne San Francisco.

Meno del 20 per cento di tutte le famiglie comprende bambini sotto i 18 anni, paragonato ad una media nazionale del 34% e la media dello stato di Washington, che è del 33 per cento.

Seattle ha anche una delle percentuali più alte di coppie sposate senza bambini ed è in cima alla classifica di persone che vivono da sole.

Alla vigilia della sonora bastonata elettorale del mese scorso, Ronald Radosh discusse della “scomparsa della maggioranza democratica emergente“:

Nel 2004, John B. Judis e Ruy Teixeira scrissero un libro di successo che sembrava aver previsto il futuro, “The Emerging Democratic Majority. La loro tesi si basava su un’analisi demografica, che li portò a prevedere la fine di ogni futura rinascita repubblicana. Come fece Judis, riassumendo la loro tesi dopo la vittoria a valanga di Obama nel 2008, “l’elezione di Obama è il vertice di un riallineamento democratico che iniziò negli anni ’90, fu ritardato dall’11 settembre e riprese con le elezioni del 2006. Questo riallineamento è dovuto ad un cambiamento nella demografia e nella geografia politica. Gruppi che sono stati in gran parte repubblicani sono diventati in gran parte democratici e stati rossi come la Virginia sono diventati blu. Alla base di questi cambiamenti c’è stato uno spostamento nei ‘fondamentali’ del paese – nella struttura della società, dell’industria, nel modo in cui gli americani vedono le loro famiglie, il lavoro e il governo. Il paese non è più ‘America the conservative.’  E, se Obama agirà per consolidare la nuova maggioranza, potrebbe presto diventare ‘America the liberal’”. Quindi, quei commentatori che affermavano che gli Stati Uniti fossero ancora una nazione di centro-destra avevano torto.

Il riallineamento, secondo i due autori, ha riflesso “lo spostamento che iniziò decenni fa verso una economia post-industriale basata su grandi aree metropolitane urbane e suburbane dedicate principalmente alla produzione di idee e servizi piuttosto che beni materiali”. A vivere in queste aree c’erano i tre gruppi principali della nuova maggioranza democratica: professionisti, minoranze etniche e donne. Judis disse che, con la vittoria di Obama, una crisi nazionale avrebbe prodotto “un consenso popolare verso iniziative grandiose”. Inoltre, il presidente Obama non avrebbe dovuto “affrontare gli stessi, formidabili, avversari” con cui lottarono Jimmy Carter e Bill Clinton nelle precedenti amministrazioni democratiche.

Judis lanciò un consiglio al nuovo presidente: Obama non si sarebbe dovuto muovere lentamente, con riforme incrementali, ma agire con forza e decisione, impegnandosi a pieno verso quella “trasformazione fondamentale” dell’America che aveva promesso alla sua base di estrema sinistra.

Torniamo al presente – appena due anni dopo. La realtà oggi è esattamente l’opposto di quello che aveva previsto John B. Judis. La sua ‘maggioranza democratica permanente’ si è rivelata un’illusione. Come fa notare un articolo in prima pagina sul “New York Times”, la coalizione che diede la vittoria ad Obama nel 2008 sta cadendo a pezzi. L’articolo fa notare come “i repubblicani abbiano annullato il vantaggio che i democratici avevano nei recenti cicli elettorali tra le donne, i cattolici, gli americani meno ricchi e gli indipendenti. Tutti questi gruppi avevano votato per Obama nel 2008 e, secondo gli exit polls, anche per i democratici al Congresso nel 2006, quando riconquistarono il controllo di entrambe le camere”.

E sembra piuttosto difficile costruire una maggioranza democratica quando due delle città più “di sinistra” in America, (importanti solo di nome, visto i giganteschi labirinti di regolamenti e le armate burocratiche che tali città devono mantenere) hanno dati demografici così brutti. Oppure, come disse Mark Steyn, che ha ispirato il titolo di questo pezzo con questo classico articolo del 2006, che parlava della simile (ma non del tutto uguale) situazione demografica in Europa, “a cosa serve creare un’utopia laicista se dura solo una generazione?”

Parlando di utopie laiciste, il “New Republic” esamina “come i democratici abbiano abbandonato gli elettori religiosi”:

Quando, durante la convention nazionale dei democratici del 2004, Barack Obama fece il suo ingresso sulla scena nazionale, rappresentava – tra le altre cose – la speranza per la sinistra religiosa. Ecco un politico di sinistra che non aveva paura del linguaggio della fede, che sarebbe stato in grado di recuperare quel territorio che, volente o nolente, il partito democratico aveva concesso ai repubblicani. L’America ‘rossa’ non aveva l’esclusiva della religione. Come disse Obama “negli stati blu, adoriamo un Dio meraviglioso” (sì, il comunismo… ndApo).

Tra il 2004 ed il 2007, quando Obama annunciò la sua candidatura a presidente, divenne il politico democratico più importante che non aveva problemi a parlare di religione – un uomo di sinistra che dava l’impressione di avere una religiosità sincera, genuina, in grado di dirigere le proprie scelte politiche (tutta scena, gente; mai credere ad un sinistro ndApo). Parlava con tranquillità della sua convenzione, dell’influenza di Reinhold Niebuhr e Martin Luther King, Jr.; in un discorso alla conferenza Call to Renewal del 2006, parlò dell’importanza della “religione nell’agone della politica”. Nelle elezioni presidenziali del 2008, il messaggio sembrava risuonare con le persone religiose che, negli ultimi anni, non si fossero già spostate verso il partito democratico. Conquistò il supporto di più cristiani praticanti di ogni altro candidato presidenziale dai tempi di Bill Clinton.

Eppure, curiosamente, in tutto questo articolo non si parla mai nemmeno per sbaglio della chiesa che frequentava Obama e del suo celebre, intransigente,  pastore dalla retorica infiammatoria. Per coniare un neologismo, si tratta di una “Wright-Free Zone”.

Ma, guardando bene, perdere di appeal nei confronti dei religiosi, dopo che le elites “progressiste” hanno da parecchio tempo smarrito la via della fede, non è l’unico modo nel quale la sinistra sembra aver chiuso il cerchio nel giro di soli dieci anni.

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