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Foto trovata su ivarfjeld.wordpress.comTutti ormai parlano di tutto senza riflettere e, soprattutto, senza documentarsi su quello che si è detto sull’argomento in passato. La deriva socialista in Europa era prevedibile, quella in America meno. Eppure Winston Churchill l’aveva predetto chiaramente più di cinquant’anni fa.

L’articolo che traduco oggi è forse singolare, visto che la ottima Julia Shaw, deus ex machina del blog “The Foundry” sul sito della Heritage Foundation, decide di guardarsi indietro e ricordare a tutti un fatto troppo facilmente dimenticato dalla nostra società isterica: non sempre il cambiamento è in positivo, non sempre il “nuovo” è meglio del “vecchio” e soprattutto che non esiste niente di vagamente simile ad un’idea di “progresso” inevitabile, eterno che porti l’umanità da uno stato inferiore ad uno superiore. Sembrano banalità, ma provate a ripetere queste parole al vostro unico (spero per voi) amico sinistro che vi è rimasto e lo vedrete cambiare tutti i colori dell’iride prima di scoppiare e sommergervi di insulti.

Potrei dilungarmi come mio solito in considerazioni pseudo-filosofiche o attacchi (spero) puntuti contro l’etica del “nuovismo” e le infinite disgrazie che sono state inflitte ai popoli occidentali e non ogni qual volta un politico si sia messo in testa di fare “il bene del popolo”, ma preferisco evitare, forse perché lo spirito natalizio mi ha già contagiato, mandandomi nella solita, inevitabile, depressione da fine dell’anno. La sostanza, però, non cambia: grandissima parte dei mali della società moderna sono dovuti alla vergognosa perversione del concetto di progresso attuata dai sinistri e da chi a loro si è affidato per arricchirsi e consolidare il proprio potere oligopolistico.

Col passare del tempo, si è infatti finito col dimenticare quale era la ragione alla base di ogni movimento “progressista” del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, ovvero l’aumento delle libertà dell’individuo. Una volta persa di vista questa ancora fondamentale, ogni degenerazione è stata possibile ed è regolarmente avvenuta. George Washington e gli altri Padri Fondatori l’avevano capito benissimo: il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Basta assopirsi un attimo, accettare qualche compromesso di troppo ed il gioco è fatto: la libertà che una volta davi per scontata è sparita e ti ritrovi al punto di partenza dei tuoi antenati, servo di un sistema fatto apposta per sfruttarti e tenerti buono.

Queste poche parole, che a molti dei frequentatori dell’antro sembreranno ovvie, quasi banali, sono invece del tutto estranee al pensiero unico imperante nell’Occidente. L’idea stessa di progresso è stata pervertita a tal punto che oggi viene fatta passare come coincidente con l’aumento perenne dell’invadenza statale, della protervia dei burocrati, dello svuotamento radicale di ogni significato dalla stessa democrazia. Una legge “progressista” è infatti un provvedimento che inevitabilmente toglie potere discrezionale all’individuo e, in cambio di qualche specchietto per le allodole, lo trasferisce a burocrati non eletti e non responsabili nei confronti di nessuno, tranne che del blocco di potere che li mantiene e al quale devono le loro fortune.

Non so se capiti anche a voi, ma ogni tanto un pensiero atroce mi tormenta. Se, come il sottoscritto, siete stati benedetti con il dono della Fede (anche se critica, polemica, tormentata ed intellettualmente complicata come nel mio caso), immagino che pensiate all’Aldilà come un momento di grande elevazione, di raggiungimento della pienezza del vostro potenziale in quanto esseri umani. Parte non marginale sarà la gioia infinita di poter incontrare quelle persone che vi hanno voluto bene e sono passati, come si suol dire, a miglior vita. Dato che non voglio credere a quello che diceva Mark Twain, sono sicuro che il Paradiso sarà un posto pieno di tanta bella gente  con la quale comunicare e divertirsi insieme. Chiamatela la visione intellettualoide del Paradiso, se vi pare, ma a me piace.

Ecco, il pensiero di dover affrontare gente come Luigi Einaudi, Vilfredo Pareto, Benedetto Croce o anche i tanti nostri antenati che hanno dato la vita per la nostra libertà, come gli studenti pisani morti a Curtatone e Montanara, talvolta mi angustia. Ho un gran timore di quella domanda che sicuramente mi faranno: “cosa hai fatto personalmente per difendere il patrimonio di libertà che ti avevamo messo a disposizione”? Al momento, a meno di non scivolare nella delusione clinica, non potrei che chinare il capo e scusarmi con questi grandi patrioti, che hanno sacrificato tutto per un’Italia libera, liberale ed indipendente.

Vero è che se oggi non sono affatto libero non è per colpa solo mia. La colpa è chiaramente delle ultime generazioni che sono rimaste immobili mentre una struttura di potere illiberale e totalitaria gli toglieva le libertà vere, quelle fondamentali,  pezzo dopo pezzo. Ma io, nel mio piccolo, cosa ho fatto per riprendermi la libertà di essere padrone del mio destino, la libertà di non avere timore di far rispettare i miei diritti rivolgendomi al sistema giusiziario, la libertà di fare esattamente quello che voglio con i beni che mi sono guadagnato con il mio lavoro ed i miei sacrifici? Non molto, temo.

Dopo l’ennesimo anno passato a perdere tempo dietro ad affari che non si sono realizzati, a piangermi addosso per la mia sfortuna, perché le cose non girano mai nel verso giusto, da qualche tempo ho provato a cambiare qualcosa, dandomi da fare per riprendermi, con l’aiuto di chi, in tutto il mondo, la pensa come me, quelle libertà per le quali i nostri antenati erano pronti a sacrificare tutto, la vita, le rispettive fortune ed il loro sacro onore. Se questo mi ha fatto diventare un rivoluzionario, così sia. Se questo metterà a rischio quel poco che ho costruito finora, non importa. Se questo mi costringerà prima o poi a fare scelte coraggiose, ben venga.

Tutto è preferibile al pensiero di non aver fatto niente per impedire che i miei figli debbano un giorno guardarmi e chiedere “cosa hai fatto per evitare tutto questo?”. Non è più tempo di accettare passivamente quello che il destino getta contro. Non è più tempo da quieto vivere. I mesi e gli anni a venire saranno pieni di minacce e pericoli impensabili solo ieri. Oggi c’è di nuovo bisogno di una “greatest generation”, c’è ancora bisogno di chi sia pronto a combattere sul serio, c’è ancora bisogno di chi non abbia paura di vivere la sua “finest hour”. Se il padre spirituale di ogni liberal-conservatore non può che essere Ronald Wilson Reagan, come la madre non può che essere Margaret Thatcher, beh, allora il nonno deve per forza essere Sir Winston Leonard Spencer Churchill. Ha proprio ragione Julia Shaw. Non è forse giunto il momento di guardarsi indietro e cercare le risposte nella saggezza di chi ha tanto fatto per consegnarci un mondo libero e prospero? Tenetevi il progresso, il cambiamento, la giustizia sociale. Dateci la libertà. Basta ed avanza.

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Churchill aveva previsto tutto
Julia Shaw
Originale (in inglese): The Foundry
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Centotrentasei anni fa questa settimana, nasceva Winston Churchill —forse il più grande statista del ventesimo secolo. Figlio di padre inglese e di madre americana, Churchill viene spesso ricordato per le sue formidabili doti da oratore e l’amore per i sigari. Eppure Churchill è anche stato un grande amico dell’America i cui avvertimenti sulle vuote promesse del nascente welfare state si sono alla fine rivelati più che giustificati.

Un grande ammiratore dell’America, Churchill era particolarmente appassionato quando parlava del nostro documento fondante: “La Dichiarazione (d’Indipendenza) non è un documento solo americano. Segue la Magna Carta e il Bill of Rights come il terzo grande strumento legale sul quale si fondano le libertà dei popoli anglofoni”. Anche se l’Inghilterra e l’America erano nazioni separate con diverse forme di governo, erano unite nei principi fondanti: “penso che le nostre differenze siano più apparenti che reali e risultino più che altro da condizioni geografiche e fisiche più che da vere e proprie divisioni filosofiche”. Come spiega Justin Lyons nel suo libro “Winston Churchill’s Constitutionalism: A Critique of Socialism in America”, le idee di Churchill sulla libertà dell’individuo, il costituzionalismo ed il governo minimo “derivavano dal fatto che fosse esplicitamente d’accordo con le dichiarazioni di base su questi principi fatte dai Padri Fondatori”.

Quando Churchill vedeva i principi americani di libertà, costituzionalismo e governo minimo minacciati dalla marea crescente del welfare state, ammoniva l’America a resistere all’attacco di questo despotismo strisciante. Nel libro “Roosevelt from Afar”, Churchill ammette che l’economia americana era in crisi quando FDR entrò alla Casa Bianca ma che lui usò questa crisi come un’opportunità per centralizzare la sua autorità politica, piuttosto che rinforzare il libero mercato attraverso alternative decentralizzate. Churchill apprezza il desiderio di Roosevelt di migliorare il benessere economico degli americani più poveri, ma critica le politiche di Roosevelt riguardo al mondo sindacale ed i suoi attacchi contro gli americani più ricchi come dei veri assalti al sistema della libera impresa. Basandosi sull’esperienza inglese con i sindacati, Churchill capiva bene che la sindacalizzazione può azzoppare qualsiasi economia: “quando uno vede un tentativo fatto nel giro di pochi mesi di sollevare il movimento sindacale americano facendolo tracimare fuori dai propri limiti [fino a farlo arrivare al livello di quello presente in Gran Bretagna] … ci si potrebbe preoccupare, visto che il risultato potrebbe essere il blocco totale di quello spirito imprenditoriale e di quella flessibilità sulla quale non solo si basa la ricchezza, ma anche la felicità delle comunità moderne”. Allo stesso modo, la ridistribuzione della ricchezza attraverso un sistema che penalizza i ricchi non può che danneggiare l’economia: “invece di togliere ai cittadini normali i loro guadagni, [il milionario] crea le imprese e le porta a compimento, aumentando il valore ed espandendo quel credito su larga scala senza il quale non si può certo aprire l’accesso ad una vita economicamente più completa a milioni di persone. Cacciare la ricchezza non vuol dire catturare il benessere comune”. Alla fine gli attacchi ai ricchi servono solo per distrarre il pubblico da altre questioni economiche.

Tutti ci ricordiamo subito quanto Churchill fosse stato preciso nelle sue previsioni di politica estera —i suoi avvertimenti quando si voleva scendere a compromessi con Hitler ed il fatto che l’Unione Sovietica sarebbe diventata l’avversario principale dell’Occidente— ma ci dimentichiamo dei suoi altrettanto precisi avvertimenti sul pericolo del welfare state, in America ed altrove. Al contrario dei progressisti in America ed all’estero, Churchill si rendeva conto che la tirannia era ancora possibile — anche all’interno di un bene intenzionato welfare state. Il cambiamento in politica non vuol necessariamente dire un cambiamento in positivo. In tutto il diciannovesimo secolo, si pensava che il progresso politico sarebbe stato perpetuo e senza limiti. Dopo che “terribili guerre avevano distrutto grandi imperi, umiliando intere nazioni, spazzando via vecchie istituzioni ed idee con una tempesta d’acciaio fuso”, era ormai evidente che il ventesimo secolo non avrebbe potuto mantenere le promesse di progresso fatte nel diciannovesimo. I regimi democratici – anche in America – non sarebbero stati immuni dalla distruzione e dal decadimento dei sistemi politici e sociali.

A molti anni di distanza, gli avvertimenti di Churchill sul pericolo del sindacalismo e della ridistribuzione delle ricchezze si sono rivelati esatti. Anche se la nostra situazione economica sembra penosa, dobbiamo ricordarci (come fa Churchill) che la politica non è una semplice vittima della storia. Come il progresso politico non è inevitabile, non lo è nemmeno il declino. Non sarebbe forse il momento di guardare al nostro vecchio amico Winston Churchill?

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