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Bobby Jindal, Chris Christie, David Duke, Human Events, Louisiana, Marco Rubio, Matteo Renzi, Politico
L’idea di Bobby Jindal, governatore della Louisiana, è geniale nella sua semplicità: se i politici fanno così tanti danni, riducendo il tempo che passano a far disastri tutti ne trarranno beneficio. Gira e rigira il problema è sempre quello: la cronica mancanza di ricambio della classe politica. Rottamiamoli.
Verrebbe da pensare che qualcuno in America abbia sentito parlare di Matteo Renzi e dei suoi giovani rottamatori della stantia sinistra, ma probabilmente è solo frutto del provincialismo e di quello spirito palazzo-centrico che, bene o male, interessa chiunque si occupi di informazione. Il pezzo che Jennifer Epstein pubblica sull’informatissimo e potente giornale online “Politico” è tanto interessante quanto breve, cosa che peraltro va molto d’accordo con il fastidioso mal di testa che mi perseguita da oggi pomeriggio.
Bobby Jindal, governatore repubblicano dello stato della Louisiana, è uno degli astri nascenti del GOP, anche se non gode di particolari simpatie né all’interno dell’RNC né nella foresta di lobbyies, PACs, think tanks e advocacy groups che animano il dibattito politico dentro e fuori la Beltway. Il fatto di essere il primo governatore indiano-americano (il suo vero nome infatti è Piyush ed i suoi genitori sono nati in Punjab, nell’India nord-occidentale) è stato più che altro una curiosità, visto che Jindal non ha giocato affatto la carta razziale (comprensibile visto che in Louisiana pochi anni fa il candidato a governatore del GOP era David Duke, ex gran stregone del KKK). Jindal è un ragazzo prodigio, Rhodes Scholar ad Oxford, eletto al Congresso a soli 33 anni e diventato governatore a soli 36 anni e mezzo. Il fatto che stia antipatico a molti non è quindi una sorpresa.
Jindal, in un’intervista alla rivista “Human Events”, sembra fare il verso a Renzi quando propone di introdurre un numero massimo di mandati che ogni eletto possa ricoprire al Congresso. Gli echi da battaglia generazionale, l’ammantarsi spasmodico del mantello di “giovane”, però, non ci sono. Jindal è troppo intelligente per cadere nella trappola: quando gli elettori della Louisiana l’hanno eletto, si aspettavano da lui un lavoro da adulto e non erano certo disposti a fargli sconti di sorta. Una volta in carica, l’età anagrafica non conta niente; l’unica cosa importante sono i risultati.
Eppure anche Jindal, impegnato in un tour nazionale per promuovere il suo nuovo libro “Leadership and Crisis“, scivola nel populismo spicciolo quando parla di politici part-time. Stavolta il molto eloquente (anche senza tele-prompter…) governatore sembra forzare la mano, scendendo su un terreno che non è suo. Si nota la mano degli spin doctors e degli esperti d’immagine. Da qualche mese si dice che, visto il disastro di Obama, gli americani vorranno un presidente che sia al suo esatto opposto. Resta da stabilire “quale” opposto la spunterà.
C’è chi parla di Chris Christie, governatore del New Jersey bianco, vulcanico, molto in carne ma anche esperto e scafato ai giochini della politica. Altri puntano sulla Palin, l’anti-intellettuale, donna, eroina dell’America profonda, tutta buon senso e luoghi comuni. Molti puntano su Marco Rubio, ma in questo caso il “contrario” è poco convincente, visto che anche lui non ha avuto esperienza di comando ed ha un curriculum politico non pesantissimo. Alla fine, Bobby Jindal sembra quasi un alieno nel campo repubblicano. Vincitore di una prestigiosa borsa di studio Rhodes, che gli ha consentito di studiare ad Oxford, preparatissimo, deciso ma con quell’aria da intellettuale che, dopo quattro anni col professorino di Chicago, sarà una liability pesante.
Perché parlare già di elezioni? Perché le posizioni come quelle di Renzi o Jindal non sono affatto “spontanee”: fanno parte di un piano ben preciso con obiettivi altrettanto chiari: Jindal punta alla nomination repubblicana, Renzi non si sa bene ancora a cosa, ma sicuramente ad un posto nel tavolo sempre pieno di ogni ben di Dio del PD. Jindal non è nuovo a discese in campo a sorpresa: nel 2007 raccolse fior di quattrini e preparò la squadra per la scalata alla poltrona da governatore. Non sarà famosissimo, ma il suo profilo nazionale è salito parecchio con l’incidente della perdita di petrolio. Fossi in voi lo terrei d’occhio.
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Bobby Jindal: mettiamo il Congresso part-time
Jennifer Epstein
Originale (in inglese): Politico
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci
Il governatore repubblicano della Louisiana Bobby Jindal vorrebbe che i membri del Congresso stessero ancora più tempo a casa propria.
Jindal, in una intervista con la rivista Human Events dice che “come un tempo pagavamo i contadini per lasciare i terreni incolti, perché non pagare i deputati per starsene lontani da Washington, D.C.? Come diceva Mark Twain, le nostre libertà ed i nostri portafogli tirano un respiro di sollievo tutte le volte che il Congresso non è in sessione”.
Jindal, che pure in passato è stato eletto al Congresso, afferma che, una volta eletti, molti legislatori si trincerano a Washington, diventando in breve tempo quelle stesse persone contro le quali si battevano con tanta virulenza durante la campagna elettorale.
Per Jindal una soluzione potrebbe essere semplice: “facciamoli lavorare part-time, mettiamo limiti ai mandati che possono ricoprire, non lasciamo che diventino tutti lobbyisti. Magari, dovendo vivere secondo le stesse regole e leggi che fanno passare per il resto di noi cittadini, forse le misure dettate dal buon senso diventerebbero più popolari a Washington, D.C.”-
Secondo il governatore, il sistema attuale fa sì che si venga inevitabilmente a creare “una classe politica di governo permanente”.
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Il limite ai mandati sarebbe molto positivo!
Concordo con Luca S. Lo stesso dovrebbe valere anche da noi, dove invece vediamo delle cariatidi ancora in parlamento dopo essere stati rieletti molte…molte volte. Non farebbe male anche a casa nostra vedere politici che dopo due mandati al parlamento tornano a casa, a fare tuttaltra cosa. Non però a ricoprire posti nei consigli di amministrazione di partecipate, a tenere i piedi in mille staffe arraffando soldi pubblici a tutto spiano. I politici dovrebbero essere in primo luogo “servitori” dello stato e quindi dedicare alla politica solo una parte della loro vita, non tutta (talvolta cominciano nei gruppi giovanili a 14-15 anni appena per continuare tutta la vita a vivere solo di politica).
Speriamo che il vento cambi, ma che non vengano sostituiti da altre persone per le quali vale in detto “fammi fattore un anno e se son povero sarà mio danno!”. Infatti c’é il rischio che le nuove leve di “politici pro-tempore” siano più affamati e quindi più corrotti/corruttibili dei vecchi politici della prima repubblica.
E’ il mio favorito per la corsa alla presidenza, non ha certo le mie stesse idee su molte questioni ma ha un potenziale incredibile.
Vedo che si comincia a muovere bene ad un anno dal caucus, speriamo.
Ormai sembra che prima di scendere in campo un tour per promuovere un libro sia obbligatorio. Sarah Palin docet – alla faccia di chi le continua a dare della deficiente…
Jindhal è sempre un mio favorito….fin da quando è diventato governatore. Ottima l’idea di un x mandati e poi a casa (x legge) ho notato con piacere che durante le ultime edizioni midterm molti “decani” sono stati mandati a casa…Anni fa parlando con degli americani x loro il concetto di far politica era “faccio politica per poter ricambiare il mio successo”, dunque prima un lavoro più o meno come tutti i comuni mortali e poi darsi alla politica e non come “organizzatori di comunità un po’ abbronzati”
Benvenuta a Countrygirl (awesome nick, btw) – in effetti l’idea di “fare politica per restituire qualcosa alla comunità che mi ha garantito il successo” era molto popolare fino a qualche tempo fa. Poi, tutti questi Mr. Smith arrivano a Washington, sono avvicinati dai lobbyisti della K Street e, un aggiustamento dopo l’altro, si accorgono che il sistema è irriformabile. Da qui a diventare veri e propri porkmeister, purtroppo, il passo è breve. Speriamo che la nuova infornata di idealisti non faccia la fine di quella di Gingrich. Boehner dice di non voler ripetere gli errori del 1994 ed è noto per essere uno di parola. Ho i miei dubbi, ma tocca crederci per forza…