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Immagine trovata su srlc2010.comMeno cinque all’election day ed un nuovo sondaggio mostra come, se tutti i seggi del Senato fossero in gioco, i repubblicani conquisterebbero agilmente la super-maggioranza necessaria per demolire le “riforme” obamiane. La preghiera è sempre la stessa: niente è ancora deciso, gente. Tutti alle urne, occhi e telecamere aperti. It ain’t over, ’til it’s over. Non mi stancherò mai di ripeterlo.

Nate Silver, guru dei sondaggi democratico, scrive sul suo blog per il New York Times che, se l’intero Senato fosse in ballo, i repubblicani potrebbero arrivare a quel numero che nessuno da tempo immemorabile osa nemmeno pronunciare, quei 67 seggi che garantirebbero il potere assoluto al Congresso (dato che ogni veto del presidente potrebbe essere facilmente superato). John Byrne, su The Raw Story, si stupisce di come questa opinione autorevole sia passata inosservata. Io non mi stupisco più di tanto. Tutto quello che non serve a far vincere i democratici viene sistematicamente ignorato dai media mainstream. Ormai è un dato di fatto.

Silver trova comunque il modo di lanciare una frecciata nemmeno troppo nascosta nei confronti del Tea Party, dando la colpa di alcune gare insolitamente ravvicinate (Colorado, Nevada, Kentucky) alla scelta di candidati che definisce “non ortodossi”, dimostrando una malizia sottile da vero sinistro DOC. Anche se rispetto altamente l’opinione del signor Silver, vero mago dei sondaggi USA, mi permetto di dissentire. I sondaggi sono strumenti potenti ma imprecisi, visto che nessuno, in nessun paese, risponde con assoluta onestà quando viene intervistato. La tentazione di “indorare la pillola” o la ritrosia ad esprimere posizioni considerate generalmente poco “chic” nessun sondaggio riesce ancora a scontarle in maniera sicura e sistematica. Quindi le cosiddette gare tra candidati “generici” sono francamente inutili. Magari un tot di elettori troverebbe qualcosa da ridire anche nei candidati più mainstream. Magari a disertare le urne in massa sarebbe quel 30 e passa per cento di americani che si identifica con il Tea Party.

Anche se il partito repubblicano avrebbe caldamente preferito decidere altrimenti, il gioco democraticissimo delle primarie ha fatto vincere, spesso con margini rilevanti, alcuni candidati popolari con i Tea Partiers e messo in prima linea la loro politica tutta all’insegna del “roll back” delle riforme obamiane, della disciplina fiscale e del governo minimo. I Tea Parties si sono dimostrati bravissimi a mobilitare, organizzare e fornire una voce non strumentalizzabile ai milioni di americani che non ne potevano più né dell’estremismo di Obama né delle manfrine dell’establishment del GOP, da decenni sensibile solo al richiamo delle lobbyies. Nonostante in molti cerchino di convincerli altrimenti, gli attivisti dei Tea Parties sicuramente si recheranno in massa alle urne, garantendo un solido supporto ai candidati del GOP. Puntare sugli indipendenti, che erano fuggiti in massa nel 2008, attirati dalle sirene obamiane, sarebbe stato un gioco ben più rischioso, considerando che la penetrazione dei media meno controllati dalla sinistra (le tv via cavo ed internet) non ha ancora rotto il monopolio della narrativa di cui continua a godere la sinistra.

A questo punto, non ho la più pallida idea di come andranno le elezioni di martedì prossimo. Spero in bene, ma ho una gran paura di brogli di proporzioni centro-asiatiche, foraggiati con le centinaia di miliardi di dollari dei vari pacchetti di stimolo che risulterebbero ancora non spesi o addirittura svaniti nel nulla. Un ladro accorto, una volta messo a segno il furto più clamoroso della storia umana, si guarderebbe bene da tentare di superarsi. Preferirebbe intascare il maltolto, sparire dalla circolazione e comprarsi una bella isola caraibica per godersi la ricchezza. I politici non sono ladri normali. Sono ladri che rapinano in maniera legale e sono convinti di poterla sempre far franca. Per questo sono disposti a tutto pur di mantenere quel potere che gli garantisce privilegi, ricchezza e la cosa più preziosa di tutte: l’impunità. Come dice il professor Reynolds, “don’t get cocky”. Niente è ancora deciso.

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Secondo un sondaggio, se l’intero Senato fosse in gioco, il GOP probabilmente avrebbe la super-maggioranza
John Byrne
Originale (in inglese): The Raw Story
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Se l’intero Senato fosse in gioco il prossimo 2 novembre, i repubblicani probabilmente avrebbero una maggioranza a prova di ostruzionismo, secondo un post che non ha causato grande impressione di Nate Silver, uno dei più conosciuti esperti di sondaggi del paese.

Silver, scrivendo sul blog che tiene sul sito del “New York Times”, dice che i democratici dovrebbero perdere la Camera ma non il Senato è che solo un terzo dei seggi viene rinnovato ogni due anni. I suoi commenti riflettono quanto infausta sarà la tornata elettorale per i democratici.

Secondo Silver, “la ragione che permetterà forse ai democratici di mantenere una maggioranza risicata al Senato ma non alla Camera – ragione necessaria e sufficiente – è che solo un terzo del Senato viene eletto ad ogni tornata elettorale. Se l’intero Senato fosse in gioco, i democratici ne perderebbero il controllo, subendo una batosta storica”.

Silver afferma che i repubblicani, se tutto il senato fosse in gioco, potrebbero anche raggiungere la super-maggioranza di 67 voti necessaria per superare il veto del Presidente.

Guardate alla nostra mappa delle previsioni per il Senato. Parecchio rosso, ovunque. Parte di esso è dovuto al fatto che i repubblicani tendono ad andare meglio nel centro del paese, dove gli stati sono fisicamente più grandi – ma questo fatto potrebbe trarre in inganno.

In questo momento, tra le 37 gare per il Senato, i repubblicani sono favoriti in 25, i democratici in 11 mentre una (il Colorado) è ancora in bilico. Se i democratici avessero una nottata relativamente buona, potrebbero forse vincere circa un terzo delle gare per il Senato. Ma va ricordato che gli stati in ballo quest’anno per il Senato sono tendenzialmente favorevoli ai democratici. Se l’intero Senato fosse in gioco, in questo clima politico, i repubblicani potrebbero realisticamente ottenere una maggioranza a prova di ostruzionismo, forse perfino una a prova di veto! Fortunatamente per i democratici, il sistema non funziona in questo modo. (Alcuni dei nostri lettori potrebbero scorrere la lista dei 63 senatori che non devono affrontare la rielezione e provare ad indovinare quali posti sarebbero in bilico. Potrebbe essere divertente.)

I democratici si aspettano ormai di perdere il controllo della Camera dei Rappresentanti, cosa che sicuramente farà deragliare i progetti di riforma importanti per il partito.

Silver aggiunge che “i democratici si stanno comportando in maniera uniforme in entrambe le camere, perdendo buona parte (anche se non tutti) i distretti in bilico, alcuni (ma sicuramente non tutti) i distretti tendenti al blu e quasi tutti (ma non assolutamente tutti) i distretti tendenti al rosso”.

“Ora, questo non vuol dire che i repubblicani non debbano affrontare un problema di qualità intrinseca dei loro candidati. Il problema esiste. Penso sia ragionevole affermare, ad esempio, che se un repubblicano qualsiasi dovrebbe battere un democratico qualsiasi in uno stato come il Colorado, visto l’attuale clima politico, la gara che stiamo vivendo in questi giorni è praticamente un testa a testa. Un repubblicano qualsiasi sarebbe favorito su un democratico qualsiasi in Nevada e quasi sicuramente sarebbe favorito sul non-qualsiasi (e molto impopolare) Harry Reid, ma la corsa al seggio è molto ravvicinata anche lì. Perfino in Kentucky, che Rand Paul dovrebbe vincere, la gara non sarebbe forse nel raggio di 5 o 6 punti percentuali se i repubblicani avessero scelto un candidato più ortodosso”.

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