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Foto trovata su 27east.comLa gara nello stato di Washington è ravvicinatissima, con la Murray che rischia di perdere il posto, incalzata dal repubblicano Dino Rossi. Allora, tutto fa brodo. Anche usare immigrati illegali per convincere gli elettori della propria comunità a votarla. Il fine giustifica i mezzi. Elementary, Watson.

Come si dice, quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. Le gare elettorali “too close to call” sono diverse in tutto il paese e nei circoli dei due partiti si sta diffondendo la sensazione che ogni elezione locale potrà decidere del controllo del prossimo Congresso degli Stati Uniti. A questo punto, i guanti di velluto non servono più. Bisogna andarci giù duro.

A questo punto, ogni voto è fondamentale ed i metodi anche più discutibili vanno più che bene. Tutto pur di finire almeno con un voto in più dell’avversario. Se i repubblicani, in alcune gare, alzano i toni della polemica e fanno uscire spot molto, forse troppo, decisi, i democratici usano i soliti, vecchi trucchi della politica politicante cui sono ormai affezionati.

Nelle aree urbane, dove si concentra di tutto e di più, il tessuto sociale “rilassato” permette di combinare certe manovre “irrituali” per convincere quanti più elettori ad andare alle urne. Fin qui, tutto bene. I problemi iniziano quando gruppi spesso dalle radici misteriose e fonti di finanziamento altrettanto fumose mettono in piedi grandiose campagne di “get out the vote” per trascinare gli elettori “marginali” alle urne.

Nello stato di Washington, uno di questi gruppi ha deciso di reclutare immigrati illegali per convincere i loro concittadini a votare per Patty Murray, candidata democratica al Senato, impegnata in uno spasmodico testa a testa con il repubblicano Dino Rossi. Persone che non si dovrebbero trovare negli Stati Uniti d’America impegnate ad influenzare a favore di una parte politica il risultato delle elezioni. Tutto bene? Tutto regolare? Mah, così è, se vi pare. Anche se non vi pare, così è lo stesso. Speriamo che siano in molti a leggere queste notizie e scegliere di seguire, una volta tanto, la via della legalità. Il fine NON giustifica i mezzi e le furbate vanno punite. Ancora una volta, incrociamo le dita.

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Immigrati illegali battono il territorio a caccia di voti
Associated Press
Originale (in inglese): Fox News
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

SEATTLE — Quando Maria Gianni bussa alla porta degli elettori, non ha paura di dire a tutti che si trova nel paese illegalmente. Sa che sta prendendo un rischio a far sapere agli sconosciuti di essere qui illegalmente — ma ne vale la pena, trattandosi di un’elezione cruciale.

La quarantaduenne immigrata è solo una di dozzine di volontari — molti dei quali immigrati illegali — che stanno battendo i vari quartieri nell’area di Seattle che stanno cercando di convincere i cittadini naturalizzati a votare per candidati come la senatrice democratica Patty Murray, che si trova in una gara testa a testa con l’avversario repubblicano Dino Rossi.

Pramila Jayapal, capo di OneAmerica Votes, dice che questa campagna è volta a rafforzare l’autostima degli immigrati, che spesso si sentono poco in grado di contribuire ad un’elezione perché non possono votare.

Secondo la Jayapal, “gli immigrati sono importanti. Se non possono votare direttamente, possono bussare alle porte o convincere membri della propria famiglia a votare”.

Finora gli immigrati illegali che stanno girando nei vari quartieri non hanno incontrato alcuna opposizione. Craig Keller, un’organizzatore per Respect WA, un gruppo che si sta impegnando per far approvare leggi sull’ immigrazione più severe nello stato di Washington, dice che non si sente minacciato dal fatto che immigrati illegali cerchino di far votare i cittadini americani, ma che vuole solo essere sicuro che non gli sia permesso di votare direttamente, tramite errori negli elenchi elettorali.

Secondo Keller, “chiunque può uscire e agitare un cartello ma quando si tratta di vedere chi deciderà, senza dubbio dovranno essere cittadini americani”.

Nelle elezioni ravvicinate in tutto il paese, il voto degli immigrati e delle minoranze etniche è considerato fondamentale per molti candidati, specialmente del partito democratico.

Qualche giorno fa, in Nevada, uno spot pubblicitario che chiedeva agli immigrati ispanici a non votare ha sollevato proteste feroci da pare dei democratici, che lo hanno definito un trucco meschino per convincere gli ispanici a rimanere a casa e quindi migliorare le possibilità dei candidati repubblicani. Univision e Telemundo — i due più importanti canali in lingua spagnola del paese – hanno smesso di trasmettere lo spot, che il gruppo repubblicano Latinos for Reform pensava di trasmettere in Nevada, Florida, California, Texas e Colorado fino alle elezioni del 2 novembre.

A Seattle ci sono moltissime comunità di immigrati, dagli ispanici agli africani dell’est fino agli asiatici.

Il Congresso ha scelto di non affrontare in questa sessione la riforma della legislazione sull’immigrazione del paese, facendo molto dispiacere ai gruppi favorevoli all’immigrazione che si aspettavano che i Democratici avessero già affrontato la questione.

Nonostante tutto, OneAmerica Votes ha lanciato una delle più grandi campagne per sollecitare il voto nello stato di Washington per appoggiare i candidati democratici. L’organizzazione è affiliata a OneAmerica, uno dei più grandi ed influenti gruppi di promozione dei diritti degli immigrati.

Tramite il porta a porta, chiamate telefoniche e spedizioni di materiale per posta, l’organizzazione si propone di raggiungere circa 40.000 elettori registrati nell’area di Seattle nel tentativo di aiutare i democratici a guadagnare terreno nelle gare più delicate. Tra i volontari si trovano anche altre categorie di persone che non possono votare, come i residenti permanenti legali.

Circa 150 volontari sono usciti in nove città dello stato di Washington nella scorsa settimana, bussando a circa 3.000 porte.

A Bellevue, una città di circa 123.000 persone ad est di Seattle, Gianni ha bussato alle porte di 25 famiglie, riuscendo a contattarne 15.

Un uomo, cittadino naturalizzato dalle Filippine, ha detto di sapere cosa stava passando, dopo che la donna gli ha detto di trovarsi nel paese illegalmente.

La Gianni, parlando in spagnolo, ha detto che “c’è sempre un rischio a dire di essere un’immigrata illegale, ma se dovesse arrivare veramente il cambiamento, voglio sentire di aver contribuito, anche se in piccola parte, a quel cambiamento di cui tutti abbiamo bisogno”.

Gianni è arrivata negli Stati Uniti con un visto 13 anni fa, cercando lavoro ed è rimasta. Per un certo periodo di tempo, suo figlio ha vissuto qui, ma da qualche tempo è tornato in Messico.

Secondo la donna, “per cambiare il nostro sistema di immigrazione, che chiaramente non funziona, credo che sia necessario combattere”.

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