I candidati appoggiati dai Tea Parties trionfano ovunque nelle primarie repubblicane e la stampa mainstream, per l’ennesima volta, non perde occasione per ciurlare nel manico e fare la solita disinformatzija. Niente di nuovo, ma fa sempre una certa impressione…
Ancora una volta tocca occuparsi del “bias” della stampa mainstream e delle infinite mistificazioni che i media italiani impongono ai propri incauti utenti. Christine O’Donnell vince in Delaware e riparte la solita litania di bugie, menzogne, imprecisioni, calunnie lanciate contro il grande movimento d’opinione che sta cambiando il volto della politica americana.
Proprio quando uno dei grandi guru dei sondaggi USA, Scott Rasmussen, pubblica un libro, “Mad as Hell“, che illustra come il Tea Party stia cambiando in maniera radicale e forse permanente il sistema bipartitico che da secoli domina la politica americana, gente come Alessandra Farkas, inviata del “Corriere della Sera”, continua la sua personale (speriamo) campagna di fiancheggiamento dell’amministrazione più sinistra che la storia abbia mai visto negli Stati Uniti d’America. D’altra parte, da una che nel suo blog per il giornale, aggiornato una volta ogni morte di papa, spreca centinaia di parole per far pubblicità ad “Eataly 2010″, manifestazione gne-gne che può solo interessare a tre scalzacani radical-chic, non è che ci si possa aspettare chissà quale slancio analitico.
Intendiamoci, anche la redazione online del “Corriere” non ci va troppo per il sottile: riportando (bontà loro) la notizia della vittoria alle primarie per la corsa a Governatore dello stato di New York del buon Carl Paladino, colgono l’occasione per fare confusione e sparare qualche balla. L’articolo, solo apparentemente innocuo ed equilibrato, sposa tutti i luoghi comuni sinistri sui Tea Parties. Già il titolo è scorretto. “Tea Party di Sarah Palin”? Ma quando mai! I democratici sono ansiosi di trovare un leader da demolire ed i soliti “utili idioti”, anche oltreoceano, non perdono occasione di portare avanti questa panzana colossale. Notare il refuso nel catenaccio: Bufalo invece di Buffalo, operosa città dell’interno dello stato di New York.
Quando si passa poi all’analisi, i “giornalisti” del Corriere Online riprendono pari pari la propaganda del DNC, dicendo come sia stato un “assist ad Obama” e come sia Paladino sia la O’Donnell siano spacciati di fronte ai due candidati democratici, invero pesi leggeri come Andy Cuomo e il “marxista dichiarato” Chris Coons. Del fatto che la O’Donnell sia riuscita, grazie all’entusiasmo dei Tea Parties, a raccogliere quasi un milione di dollari in meno di 24 ore, neanche una parola. Però, davvero “fair and balanced”. Complimentoni.
La pianto con la filippica, già anche troppo lunga. Torniamo a bomba alla questione del momento. La stampa mainstream non ci sta più capendo una benemerita e brancola nel buio. Secondo il buon Brad O’Leary, sul “Washington Examiner”, non si è accorta nemmeno di un elefante grosso come una casa, che sta influenzando le primarie e, forse, le mid-term. Gli elettori americani non ne possono più dei politici di lungo corso che bivaccano per decenni al Congresso, facendo favori agli amici e sprecando montagne di soldi pubblici.
La chiave interpretativa è interessante, specialmente visto che viene supportata da un sondaggio di Zogby International (un altro che di sondaggi la sa davvero lunga) che lascia pochi spazi al dubbio. In America dei vegliardi abbarbicati alle poltrone ne hanno le tasche piene. Da noi, uno come Fini, più vicino ai sessanta che ai cinquanta, viene ancora additato come un “giovane rampante”. Proprio vero quello che diceva qualche tempo fa il rapper della Barona Marracash, “questo è un paese per vecchi / al contrario del film dei fratelli Coen”. A noi “giovani non più tanto giovani” la decisione finale: restare per combattere o mollare ed emigrare altrove, dove la professionalità e la serietà non sono viste come difetti ma ancora come virtù.
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Nessun mistero nelle vittorie del Tea Party
Brad O’Leary
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci
Gran parte delle analisi dei media mainstream dei trionfi del Tea Party non riesce a cogliere un fatto molto rilevante. Tanto rilevante da essere in effetti l’elefante nella stanza di cui nessuno – specialmente gli eletti più retrivi e gli esponenti dell’establishment – vuol parlare.
Se è vero che ideali di ampio respiro come il governo limitato e la riduzione delle tasse stanno spingendo molti elettori a partecipare alle primarie, c’è un altro tema specifico molto popolare tra gli elettori: la questione dei limiti di mandato.
Iniziamo con la sorpresa di martedì notte nelle primarie repubblicane per il Senato del Delaware, dove il settantunenne deputato Mike Castle, con 18 anni passati a Washington, è stato sconfitto dalla quarantunenne Christine O’Donnell. La campagna elettorale di Castle e del Partito Repubblicano del Delaware ha riempito le televisioni di spot che puntavano pesantemente sull’esperienza di Castle, il fatto che potesse vincere le elezioni generali ed i suoi molti anni di onorato servizio ai cittadini del Delaware.
Grosso errore. In un momento storico nel quale essere parte della classe dirigente può essere visto come un grosso bersaglio disegnato sulla schiena, il messaggio si è rivelato ampiamente controproducente. La campagna elettorale di Castle, suo malgrado, ha buttato benzina sul fuoco di chi vorrebbe “mandare a casa tutti” ed ha convinto tanti elettori ad andare alle urne per votare la O’Donnell. Nelle primarie per la presidenza del GOP nel 2008, solo il 16 per cento degli elettori si presentò alle urne in Delaware. Martedì, alle primarie per il Senato, si è presentato il 32 per cento.
Si può dire la stessa cosa del settantaseienne senatore dello Utah Bob Bennett, con tre mandati alle spalle, sconfitto dal trentanovenne Mike Lee nelle primarie del GOP pochi mesi fa. Ancora una volta, la campagna di Bennett aveva messo in risalto il fatto che fosse un uomo di esperienza, condannandolo inavvertitamente alla sconfitta.
L’ottantenne senatore della Pennsylvania Arlen Specter, con trent’anni di politica alle spalle, ha fatto lo stesso, fatale errore quando ha parlato in lungo e in largo dei decenni passati al servizio del popolo. Ha perso le primarie democratiche, sconfitto dal cinquantottenne deputato Joe Sestak, al Congresso da solo quattro anni.
Trasmettere spot che ricordino da quanto tempo stai al Congresso e mostrare foto che ricordano agli elettori quanto sei vecchio sembrano aiutare parecchio gli avversari più giovani.
Un sondaggio condotto dalla Zogby International a fine giugno dimostra con quanta forza gli elettori di ogni tendenza politica vogliano che gli eletti di lungo e lunghissimo corso si facciano da parte.
La domanda del sondaggio recitava: “siete d’accordo che un deputato in carica da più di tre mandati, o un senatore che abbia due mandati alle spalle ed abbia più di 70 anni, dovrebbe andare in pensione per permettere ad una nuova generazione di leaders di prendere il suo posto?”.
Un’ampia maggioranza degli elettori americani (il 67 per cento) si dice d’accordo, con un 41 per cento che si dice “assolutamente a favore”. Solo il 27 per cento non è d’accordo con la domanda.
Tra gli elettori che si dicono vicini al Tea Party, l’82 per cento è d’accordo, con il 57 per cento che si dice “assolutamente a favore”. Tra gli indipendenti, il 77 per cento è d’accordo, il 49 per cento “assolutamente a favore”. Un sorprendente 78 per cento dei repubblicani è d’accordo, con un 51 per cento che è “assolutamente a favore”. Perfino il 52 per cento degli elettori democratici si dice d’accordo, nonostante questo ricambio generazionale metterebbe a rischio il loro controllo sul Congresso.
Fatto ancora più sorprendente, il 73 per cento degli elettori con più di 65 anni dicono che i politici di lungo corso sopra i 70 anni dovrebbero farsi da parte.
Guardando alle prossime elezioni di medio termine di novembre, un candidato che potrebbe fare la fine di Bennett-Castle-Specter è la senatrice della California Barbara Boxer (Dem.), che compirà 70 anni l’11 novembre e sta per chiedere agli elettori di farla lavorare fino a quando avrà 76 anni.
In uno stato come la California, dove il problema dei limiti ai mandati dei politici ha già creato furibonde polemiche, la Boxer si sta vantando giorno dopo giorno dei suoi 28 anni passati al Congresso (sia alla Camera, sia al Senato) di fronte ad un elettorato che non ne può più dei politici che, dopo essere stati eletti per due anni, non abbiano mantenuto le promesse.
A giudicare dalle ultime primarie e dai sondaggi della Boxer, puntare sull’esperienza non sta funzionando neanche per lei.
Brad O’Leary è l’editore del “The O’Leary Report”. Per maggiori informazioni, andate su www.OLearyReport.com.
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Pingback: I media mentono, il Tea Party vince « L'antro dell'Apolide
Il Corsera tratta la politica interna USA esattamente come la nostra e finisce
per far rimpiangere quello altrettanto schierato ma meno becero di Piero
Ottone.
Prima di tutto, benvenuto nell’antro dell’Apolide. Ti auguro una felice permanenza e, magari, qualche nuova amicizia con i pochi ma vivacissimi frequentatori di questo piccolo blog.
In quanto al Corsera, purtroppo non posso che darti ragione. Piero Ottone, sul quale Montanelli ebbe a dire cose non certo lusinghiere, sapeva ancora come essere schierato senza scadere nella partigianeria più ridicola e, dal punto di vista della comunicazione, molto meno efficace. Oggi c’è chi pensa che per “orientare il pubblico” basti mentire spudoratamente e riferire solo la parte di realtà più vicina alle proprie idee politiche. Purtroppo questo è quanto offre il mondo del giornalismo moderno: individui che ormai pensano normale rispondere sempre “sì, signore” a qualsiasi richiesta di editori in tutt’altre faccende affaccendati. Così è se vi pare, ma anche se non vi pare è così lo stesso. Per fortuna che, ancora per qualche tempo, almeno sulla Rete si può provare a fare qualcosa di diverso.
E’ vero, verissimo! Sulla nostra stampa si sta mentendo spudoratamente e, a quanto sembra, non ci si vergogna nemmeno un po’.
Noto con piacere quanto stia montando la marea negli USA e spero che anche in Italia ci siano sempre più persone che, come il sindaco di Firenze Renzi, dicano ai vecchi politici abbarbicati alle loro poltrone dorate, di ANDARSENE!!!
Anche in Italia la marea sta montando, la gente é stufa dei teatrini e dei politici succhia soldi.
Speriamo di vedere presto dei risultati, sia oltre oceano che a casa nostra.
Bene così, avanti tutta………….
l’articolo è ben fatto, però devo dire di aver letto sull’insospettabile Giornale di ieri 16.9 che se i candidati del Tea party vincono alle primarie repubblicane poi perdono contro i candidati democratici, mentre se le primarie del GOP le vincono i moderati, allora possono poi farcela contro i democratici; premesso che il futuro è sempre nella mani di Dio, un chiarimento di Apolides magari mi piacerebbe…
Come al solito, prima un caloroso benvenuto nell’antro dell’Apolide a romain, augurando di cuore una lunga permanenza e numerosi contributi alla crescente (evviva!) community che segue questo blog.
In quanto all’articolo apparso sul Giornale di ieri, purtroppo anche i giornali “di destra” hanno la pessima abitudine di leggere solo le notizie riportate dalle agenzie o dai media più “blasonati”. Il che, specie di questi tempi, vuol dire ascoltare le voci solo della sinistra USA o dell’establishment repubblicano.
Sul fatto che i candidati dei TP siano meno attrezzati per vincere le elezioni generali, ho i miei grossi dubbi. Per farla breve, dicevano lo stesso in Florida, quando il partito appoggiava il governatore uscente Charlie Crist (molto moderato, pure troppo) e guardava in cagnesco Marco Rubio, stella nascente del movimento conservatore. Quando quest’ultimo ha vinto le primarie, tutti davano la Florida per persa, specialmente quando Crist ha messo la pietra tombale sulla sua carriera politica presentandosi come indipendente. I sondaggi ora dicono che Rubio è 13 punti avanti a Crist e 20 avanti al candidato democratico. La direzione nazionale del GOP è ancora divisa tra i “moderati”, cui la spesa pubblica piace parecchio -visto che ne “girano” belle fette ai propri amici e sostenitori- e l’ala più ortodossa, che sposa le tesi dei Tea Parties e vorrebbe una nuova “conservative revolution” stile Goldwater (il che vorrebbe dire tagli alle tasse come Reagan ma accompagnati da una drastica riduzione della spesa e delle competenze dello stato federale). Sposare acriticamente una tesi come quella, molto interessata, proposta dalla stampa liberal mi sembra un comportamento poco professionale. Ma, del resto, visto lo stato semi-comatoso del giornalismo italiano, era difficile aspettarsi qualcosa di più o di meglio.
Comunque, il “soprannome” è Apolide: la -s finale mi è toccata aggiungerla perché qualche simpaticone aveva già registrato il nome “apolide” su WordPress.com – figuriamoci, uso questo nom de plume dal 1996 e me lo scippano. Toccherà spostare il sito su un dominio indipendente per rimettere a posto l’equivoco (^_^)
ciao e complimenti per tuo blog, davvero una bussola importante per chi ricerca notizie libere sulla politica americana.
sono un grande appassionato della right nation e ho letto decine di libri in questi anni su questa parte di america così intensa, vera, magari anche folkloristica in certe sue posizioni, ma comunque pulsante di passione.
sul libro “mad as hell” in cui parli nel tuo post, ci sono già notizie sulla sua uscita in italia?
grazie
fabio
Che bello, che bello, gente nuova che si unisce alla comunità dell’antro! Benvenuto e ben trovato anche a fabio. Giro pari pari gli auguri che ho fatto a romain perché, in fondo, sono uno sfaticato (^_^)
Grazie per i complimenti forse immeritati. Questo non vuol dire che non sia più che felice di riceverli (squallido tentativo di captatio benevolentiae…). La Right Nation è effettivamente un soggetto molto interessante, un intero popolo fatto da persone spesso entusiaste, capaci e coraggiose che hanno ancora il gusto della politica fatta porta a porta, cosa che purtroppo in Italia è sempre più rara (visto che sembra conti solo andare da Vespa-Santoro-Floris per “fare politica”).
Sulla pubblicazione dell’interessante libro di Scott Rasmussen e Doug Schoen in Italia non so darti nessuna notizia. Sono decisamente pessimista, visto il clima culturale del paese. Insomma, se per tradurre il fondamentale volume di Ron Paul “End the Fed” è stato necessario l’intervento del buon Leonardo Facco e del sempre commendevole micro-editore Liberi Libri, le prospettive non sono incoraggianti. Rasmussen è una celebrità tra chi si occupa di politica USA; difficile trovare un esperto di sondaggi migliore o dal record di previsioni più accurate di lui. Da noi, purtroppo, temo che non siano tantissimi a conoscerlo ed apprezzarlo. Comunque non disperare: con alcuni traduttori “militanti” stiamo cercando di organizzarci per tradurre e pubblicare anche in italiano alcuni libri essenziali per il dibattito sui temi liberali. “Mad as Hell”, come per altro “Give us Liberty” di Dick Armey e Matt Kibbe, fanno già parte della nostra shortlist. Fino ad allora, purtroppo, toccherà accontentarsi dell’edizione in lingua originale.
Grazie per il benvenuto.Bisogna aggiungere che la Obamania raggiunge a volte
punte grottesche. Secondo “Limes” chiunque si dichiari deluso dell’operato del presidente è automaticamente razzista mentre su Condy Rice
(per inciso più coloured del nostro) si potevano rovesciare tranquillamente tonnellate di fango.
Eh, sì, le imperscrutabili vie del politically correct sinistro…
Certe volte mi stupisco ancora di come pensino di avere a che fare con una manica di cerebrolesi, incapaci di notare (o ricordare) le innumerevoli inconsistenze delle loro straripanti dichiarazioni pubbliche.
Il fatto che anche una rivista spesso interessante ed intelligente come “Limes” cada in tale, facile, scorciatoia per uccidere il dibattito non fa che confermarmi i timori di un imminente estinzione della professione giornalistica, almeno nelle forme da noi conosciute finora.
Non saprei nemmeno se rammaricarmene o no – anche se, specialmente di questi tempi, uno stipendio regolare sarebbe cosa niente affatto disprezzabile (^_^)