Tag

, , ,

Immagine trovata su filipspagnoli.wordpress.comBenjamin Disraeli (non Mark Twain o Reagan) diceva che ci sono tre tipi di bugie: quelle normali, quelle spudorate e le statistiche. Vero, ma quando c’è di mezzo il governo ed i soldi dei cittadini, è tutta un’altra cosa…

Di questi tempi, commentare lo stato dell’arte della politica internazionale è un compito quantomai ingrato, tanto difficoltoso da scoraggiare anche il polemista più allenato. Non è che manchino gli argomenti da sezionare, anzi, ve n’è un numero sempre crescente. Ma si tratta sempre di faccende dannatamente complicate, rognose e decisamente poco sexy. Per farla breve, quanto si può continuare a gridare contro il vento, perdendo la voce per avvertire i propri lettori che tutto attorno a loro è finzione, orchestrata da “grandi vecchi” e piccoli politicanti intenzionati a fregargli, in un modo o nell’altro, quei pochi denari che sono riusciti a sottrarre alle avide grinfie del fisco in tanti anni di lavoro?

Ci vuole davvero uno spirito da Don Chisciotte, o lo stoicismo degli orchestrali della sala da ballo del “Titanic” per continuare a raccontare le cronache del grande inganno ed i prodromi della vera catastrofe economica che, ormai da anni, turba il sonno degli analisti economici non prezzolati. In questi ultimi giorni, ad apparire sullo stanco radar dell’Apolide, sono stati due o tre articoli che si occupano dell’annoso problema delle statistiche e dell’informazione fornita agli investitori privati. Uno di questi è scritto in un italiano chiaro, eloquente e sintetico, essendo opera di quel maestro di giornalismo chiamato Oscar Giannino, al quale l’Apolide prova, con alterni risultati, ad ispirarsi. Ridotto in estrema sintesi, Giannino informa i suoi numerosi lettori di come a fare trucchi contabili non siano state solo le malvagie corporations americane, ma anche i virtuosissimi stati socialisti europei, anche quelli sempre buoni sempre belli come la Germania. Uno dei tanti trucchi sta venendo a galla ed indica come, per finanziare i diritti acquisiti concessi con sconsiderato cinismo tanti anni fa, i governi europei saranno costretti a tagli o aumenti delle tasse ben più significativi di quelli anche solo ventilati fino ad oggi.

Sorpresa, sorpresa, quando si guarda oltreoceano le cose vanno in maniera ben peggiore. A parlare non sono i politici, che su questi argomenti preferiscono il silenzio o la pura disinformatzija, ma le istituzioni preposte alla sorveglianza della finanza mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale, pur ammantandolo con “soundbites” adatti ad essere trasformati in propaganda dagli utili idioti della stampa obamiota, ha pubblicato un rapporto che toglie l’ultimo velo di Maya. Gli Stati Uniti sono già in bancarotta e, per evitare il default, dovrebbero fin da oggi o raddoppiare le imposte federali, o tagliare le spese per quasi 15 punti di PIL. Lo ripeto, casomai fosse passato inosservato. Quindici. Punti. Di. PIL. Dato che la stima attuale (luglio 2010) del PIL statunitense è di 14.636,9 miliardi di dollari, Obama, solo per finanziare quei benefit promessi da lui e dai suoi partner in crime Roosevelt e Johnson, dovrebbe RADDOPPIARE le imposte federali o tagliare selvaggiamente le spese del governo. Conto dell’operazione? Bazzecole, solo 2.195.535.000.000 dollari – praticamente l’intero prodotto interno lordo annuale dell’Italia.

Ma per il professore di economia della Boston University Laurence J. Kotlikoff, la situazione è ancora più disperata. Basandosi sulle previsioni del Congressional Budget Office, la Corte dei Conti USA, ha calcolato che il deficit tra le spese promesse e le tasse che si pensa di incassare nei prossimi anni è ancora più monumentale: qualcosa come 202.000.000.000.000 dollari. Forse scritto per esteso fa più impressione: duecentoduemila miliardi di dollari. Novanta e passa anni di prodotto interno lordo italiano.

Ora, mi spiegate come fa un giornalista online qualsiasi, dotato di intelligenza, pazienza e dialettica forse leggermente superiore alla media, a tradurre questo immane, incommensurabile disastro in termini comprensibili al contribuente medio, che nemmeno sa bene quanti soldi gli vengano estorti ogni mese dal mostro mangiasoldi per eccellenza (lo stato)?

Ogni consiglio è bene accetto. L’Apolide continua a rimanere sdraiato sul divano, guardando l’ultima puntata di un serial statunitense ma in realtà sta cercando disperatamente un modo per identificare quelle poche isole felici che si salveranno dallo tsunami finanziario. Appena ne avrà trovata una, spero che abbia ancora abbastanza buon senso per prendere la valigia, vendere quei pochi beni che ha in questa penisola dei caciocavalli e partire senza guardarsi indietro. Magari non servirà a niente, ma il solo pensare a quali abomini potranno mettere in atto i politicanti italioti quando la crisi vera inizierà a farsi sentire lo fa rabbrividire. Sarà un comportamento da vigliacchi, ma quando le cose si fanno davvero difficili (e pericolose), non c’è spazio per il beau geste, ma solo per la fuga. Se tanto mi dà tanto, le cose si metteranno davvero male. Meglio vederle da lontano e combattere contro i rimorsi che immolarsi sull’altare dell’orgoglio.

—–     —–     —–     —–     —–

Ma il FMI ha appena detto che gli USA sono spacciati?
Tim Cavanaugh
Originale (in inglese): Reason
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Gli ultimi rapporti del Fondo Monetario Internazionale sullo stato delle finanze degli Stati Uniti sono indubbiamente preoccupanti. Ma fanno davvero riferimento ad un debito futuro da 202.000 miliardi di dollari?

Il professore di economia della Boston University Laurence J. Kotlikoff ha messo assieme una serie di documenti positivamente apocalittici:

Il mese scorso, il Fondo Monetario Internazionale ha rilasciato il suo rapporto annuale sulla politica economica degli Stati Uniti. Il riassunto conteneva queste parole pacate sulla politica fiscale degli U.S.A.: “i direttori vedono con piacere l’impegno delle autorità per stabilizzare le entrate del fisco, ma hanno notato che sarebbe necessario un aggiustamento più cospicuo di quello messo a budget per stabilizzare il rapporto debito-PIL”.

Ma basta scavare un attimo sotto la superficie per accorgersi che il FMI ha dichiarato in pratica che gli Stati Uniti sono in bancarotta. La sezione 6 del Selected Issues Paper del luglio 2010 recita: “il divario fiscale degli Stati Uniti associato con l’attuale politica fiscale del governo federale è enorme in rapporto ai tassi di sconto plausibili”. Aggiunge che “chiudere questo divario tra entrate ed uscite avrebbe bisogno di un aggiustamento fiscale permanente equivalente a circa il 14 per cento del PIL degli Stati Uniti”.

Il divario fiscale è il valore attuale (in questo momento) della differenza tra le spese previste (incluse quelle necessarie per pagare gli interessi del debito ufficiale) e le entrate previste per gli anni a venire.

Raddoppiare le nostre tasse

Per mettere in prospettiva cosa significhi il 14 per cento del prodotto interno lordo, le entrate fiscali del governo federale oggi ammontano a circa il 14,9 per cento del PIL. Quindi il FMI sta dicendo che per far sparire la differenza tra spese future ed entrate future, considerando solo il lato delle entrate, avrebbe bisogno, più o meno, di un raddoppio immediato e permanente delle imposte sul reddito, sulle imprese e delle imposte sul lavoro fissate dal Federal Insurance Contribution Act.

Un aumento delle tasse del genere farebbe sì che gli Stati Uniti avessero un surplus di circa il 5 per cento del PIL quest’anno, invece di un deficit del 9 per cento. Quindi il FMI sta davvero dicendo che gli Stati Uniti dovrebbero generare un enorme surplus di entrate per questo e molti anni a venire solo per essere in grado di pagare le spese che hanno programmato anni o decenni fa. Sta anche dicendo che più tempo aspetteremo a fare dei dolorosi aggiustamenti fiscali, più saranno dolorosi.

Forse i tipi al FMI sono impazziti tutto d’un colpo?

No. Hanno solo fatto i compiti a casa. Come, del resto, ha fatto il Congressional Budget Office, il cui Long-Term Budget Outlook, pubblicato a giugno, mostra una situazione ancora più seria.

Kotlikoff parte proprio dal preoccupante Budget Outlook del CBO per calcolare il suo fiscal gap da 202.000 miliardi di dollari e concludere l’articolo con una condanna contro sia i demand siders (keynesiani ndT) ed i supply siders (monetaristi ndT): “il nostro paese è al verde e non si può più permettere ‘soluzioni’ che promettano solo benefici senza rinunce”.

Tendo ad essere d’accordo con lo scetticismo di Kotlikoff verso le soluzioni proposte dai supply siders, le quali, in assenza di un taglio radicale delle spese che sembra politicamente impossibile, difficilmente sarebbero in grado di ridurre questo enorme fiscal gap. Seguendo qualsiasi logica plausibile, il Tesoro degli Stati Uniti non dovrebbe essere in grado di vendere nemmeno un centesimo, quindi sembra difficile che possa ripetersi una politica economica reaganiana, ovvero tagli delle tasse, stabilizzazione della moneta, tutto coperto da ulteriori prestiti per ripianare il deficit. Ci sono molte cose positive da dire a proposito dell’amministrazione Reagan, ma finì con un debito pubblico molto più elevato di quello che aveva trovato e soprattutto abituò Washington ad un tipo di crescita governativa insidiosa, che sembrava facile e senza controindicazioni solo perché i suoi costi erano continuamente riversati nel calderone crescente del debito pubblico. Nonostante tutto, direi che Reagan fece la scommessa giusta: l’economia degli Stati Uniti era abbastanza resistente e dinamica per sostenere un carico debitorio molto più elevato. Quei tempi sono finiti da un pezzo.

Dovrei segnalare, comunque, che prove di queste dinamiche dovrebbero apparire nel costo degli interessi per il debito pubblico, ma che, ad oggi, non se ne ha ancora traccia: i tassi sui buoni del Tesoro a 10 anni sono così bassi da far assomigliare il tutto ad una svendita. Ma il Selected Issues paper del FMI prevede che un picco nei tassi d’interesse sia dietro l’angolo:

Per concludere, un’analisi sia basata sui portfolio degli investitori sia sui bilanci dei fondi d’investimento monetari suggerisce che, se le politiche attuali dovessero continuare, i cospicui aumenti previsti nel debito pubblico statunitense probabilmente metteranno sotto pressione i costi che il governo dovrà sostenere per prendere denaro in prestito, spingendoli verso un aumento nel medio termine.

C’è anche un lato positivo in questa situazione: la prospettiva che l’aumento dei costi per il debito pubblico, combinato con l’odio del popolo per l’inflazione e la debolezza politica di chi, alla mia età, si sta avvicinando alla pensione, potrebbe costringere a cambiamenti radicali nei programmi sociali vecchi di decenni (Medicare, Medicaid, Social Security ndApo) che sono alla base di queste statistiche francamente orribili. L’apocalisse, come Achille nel paradosso di Zeno, sembra sempre sul punto di superarci, ma non lo fa mai.

—–     —–     —–     —–     —–

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine