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Foto trovata su sataschramm.onsugar.com

Volete sapere l’origine del caos che sta avvolgendo il mondo occidentale? Per Victor Davis Hanson tutto deriva dalla degenerazione culturale e dalle cattive idee propagandate negli anni sessanta. Ora che sono al potere, i vecchi figli dei fiori vogliono la bella vita a spese dei contribuenti. Interessante…

Questo agosto niente pausa nell’informazione e nella politica. Il flusso degli eventi oltreoceano è senza sosta e il mondo degli analisti politici sembra aver rimandato le vacanze per analizzare la situazione e provare a capire dove stia andando la potenza egemone del pianeta.

Oggi è la volta di un articolo molto interessante pubblicato da Victor Davis Hanson sul blog che tiene su Pajamas Media, una delle voci più autorevoli e meglio organizzate dell’informazione online non allineata, che l’Apolide segue spesso e volentieri.

L’analisi di Hanson è sopra le righe, forse partigiana e un attimo semplicistica, ma offre molti spunti interessanti per la riflessione. La cosiddetta “valedictocrazia”, ovvero quella classe di secchioni, fissati col successo che solo per il fatto di essersi laureati in una università d’elite pensano di saperla più lunga di tutti gli altri, ha la spocchia e la presunzione di pretendere di avere diritto a vivere una vita lussuosa e senza problemi solo perché è tanto intelligente e conosce tutte le persone giuste.

Da noi le cose vanno in maniera molto diversa. Visto che da noi la meritocrazia non si sa nemmeno dove stia di casa, a pretendere di vivere alle spalle dei contribuenti non sono i “migliori”, ma i soliti “furbetti”, gli affaristi da strapazzo, gli amici degli amici, i figli della borghesia gne-gne che, invece di farsi il mazzo come i nonni, vogliono tutto, subito e possibilmente senza fare un bel niente.

La spocchia è la stessa, la presunzione di sapere cosa è meglio per tutti i poveri idioti che lavorano dalla mattina alla sera e pagano le tasse fino all’ultimo centesimo e di essere autorizzati a ripulirli di ogni risparmio per farsi la bella vita è proprio la stessa. Casualmente entrambi si dicono “progressisti” e fanno un gran parlare di come pensano ai poveri, agli sfortunati, ai diseredati, alle minoranze, agli immigrati, agli omosessuali, naturalmente mentre lavorano senza sosta per comprarsi la barca nuova o il nuovo loft a New York.

Ora che “sappiamo” chi sono i colpevoli di questo stato miserevole delle cose, siamo altrettanto edotti sul come mandarli a lavorare sul serio, togliendogli quella assurda puzza sotto il naso e quella pretesa di avere diritto al meglio della vita solo perché sono “figli di”? Purtroppo no.

L’Apolide brancola nel buio e, anche se sarebbe ben lieto di mandarli tutti a lavorare nei campi, non può altro che riflettere sulla situazione e, al massimo, gridare contro il muro. A questo punto verrebbe da chiedersi se un popolo senza moralità, incapace di distinguere il bene dal male, abituato a pensare che solo con la furbizia si possa fare strada nella vita, possa davvero ribellarsi a questa ridicola dittatura degli incompetenti, dei privilegiati e dei nullafacenti.

Dato che penso che siate già abbastanza stanchi delle sue previsioni funeste, vi risparmio le lamentazioni dell’Apolide. Lasciamolo solo nella sua stanza ad inveire contro tutto e tutti. D’altro canto, non è forse questa l’ultima delle soddisfazioni lasciate ai perdenti?

Quello che un tempo si chiamava Apolide

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Un’America abbastanza arrabbiata
Victor Davis Hanson
Originale (in inglese): Pajamas Media
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

La disoccupazione è ancora alta, la crescita bassa, il deficit enorme. Gli stati stanno tagliando di tutto, dai lampioni all’asfaltare le strade. I costi delle pensioni dei dipendenti pubblici stanno esplodendo ovunque.

Una guerra di classe sta nascendo tra i pensionati che pretendono che le loro pensioni faraoniche vengano onorate e una marea di contribuenti con l’acqua alla gola, parecchio più poveri che vedono le pensioni d’oro dei primi con la stessa simpatia che riservano ai loro mutui “sottacqua” (un mutuo il cui principale è superiore al valore di mercato dell’immobile ndT).

Cosa vi aspettavate?

In una cultura progressista, dove gli spot pubblicitari incitano ogni ora su come saltare i pagamenti delle carte di credito, fregare l’IRS e scaricare i mutui sconvenienti, davvero i sindacati dei dipendenti pubblici pensavano di poter evitare una “rinegoziazione” dei benefit come è successo alla Chrysler?

Nell’era di Obama, nessun obbligo contrattuale è più vincolante: tutto, dal ripagare i soldi a chi detiene buoni del tesoro al risarcimento richiesto alla BP, è, beh, “negoziabile”. Quando non ci saranno più soldi, finirà anche la legge. Legge? L’unica legge che vale è quella che impone a tutti di ottenere gli stessi risultati.

La folla dei chiacchieroni

Su Internet recentemente sono apparse le foto della cricca della JournoList, che almeno tra di loro avevano smesso di fare finta di essere obiettivi. Con tutto il rispetto (confessione: sono stato menzionato dalla lista come qualcuno che potrebbe essere impaurito dalla carta razzista in connessione con il dibattito sull’immigrazione illegale) a prima vista sembrano un gruppo di nerd.

Mi ricordano quelli che, in una Selma High School piuttosto tosta, attorno al 1970, chiamavamo il “tavolo degli sfigati”, quello che un gruppetto di geek, rospi e quelli che venivano sempre presi in giro usavano sempre, sotto l’occhio protettivo degli insegnanti. Era scontato, infatti, che pochi passi più in là sarebbero diventati facile preda per ogni bulletto della scuola.  E sarebbe questo gruppetto triste che filtra, dissemina e decide quali notizie dobbiamo conoscere? Quelli lì, da come scrivevano e si vestivano, sembravano o neurotici fissati col successo o bloggers ventenni che confondono il lanciare insulti a destra e sinistra per erudizione.

L’alto è il basso

C’è poco da sorprendersi se il golf, sport aristocratico, è diventato il relax preferito dei presidenti, se l’isteria del passato per i passi falsi delle first ladies, come le porcellane di Nancy (Reagan ndT) impallidiscono di fronte alla sfacciataggine di Michelle (Obama ndT) in Costa del Sol, per non parlare di come sia scomparsa la polemica su Guantanamo (da quando Obama è entrato alla Casa Bianca ndApo). Per questa gente, le notizie sono robaccia che assomiglia tanto a quelle relazioni sull’oppressione di razza/classe/genere che si scrivono per un corso-bufala di Yale (qualche tempo fa, è uscita una storia su dei corsi in università prestigiose dove era assicurato un voto altissimo, in modo da garantire ai figli della nuova aristocrazia di mantenere la media senza faticare. Leggenda metropolitana? Mah… ndApo).

Ora il populismo non va più bene?

Invece, il “popolo” sembra arrabbiato. Bisognerà scrivere un libro per spiegare come Obama abbia sperperato in soli 19 mesi un tasso di approvazione del 70% ed ora si trova sotto il 40% – Bush ci aveva messo più di sei anni. Pochi giudici hanno annullato decisioni votate da milioni di cittadini in Arizona e California, apparentemente perché pensavano che volere che la legge sull’immigrazione federale sia applicata e considerare il matrimonio come il legame tradizionale tra un uomo e una donna, com’è stato per gli ultimi 2.500 anni, era una posizione bigotta, simile al razzismo del Sud di Jim Crow e quindi necessitava di un intervento dei giudici.

Un tizio a Bakersfield potrebbe pensare che è grave che un giudice gay abbia cancellato un emendamento alla Costituzione approvato dalla maggioranza degli elettori ma che non andava bene alla lobby gay; un tizio a Washington può invece pensare che sia il tipo di Bakersfield ad essere pericoloso solo per essere giunto ad una conclusione tanto assurda.

Nel frattempo, nella nostra era post-razziale, non si fa altro che parlare di razza: Charles Rangel, che pensa di fregarsene delle stesse leggi che scrive, si lamenta di una “procedura anglosassone, da vecchia Inghilterra”. Maxine Waters (accusata di interesse privato nella concessione dei fondi del bailout alle banche) e il Black Caucus (che riceve fior di donazioni dalla General Motors anche dopo la nazionalizzazione) dicono che la fonte dei loro dilemmi etici non è altro che il razzismo (almeno Larry Craig non se l’è presa con l’omofobia, Duke Cunningham contro la discriminazione inversa, Chris Dodd contro i pregiudizi contro gli anziani o la discriminazione contro i grassi citata dalla buonanima di John Murtha).

Un omicida di massa in un centro di distribuzione di birra (con buona pace di Van Jones, che diceva che cose del genere le facevano solo i bianchi) viene dipinto alla televisione come una vittima arrabbiata per dover subire quotidianamente il razzismo dei colleghi. Nemmeno una parola per le vite distrutte dei morti ammazzati o sulle sofferenze delle loro famiglie. Benvenuti nell’era di Obama, dove la razza non conta più. Non è che l’inizio. (La nemesi non conosce pietà: una volta che, anni fa, Barack Obama scelse di sfruttare – per poi gettare al momento opportuno- il razzismo sguaiato di gente come il Reverendo Wright, era solo questione di tempo prima che il vento seminato si trasformasse in tempesta).

Anche la storia è negoziabile

Abbiamo mandato per la prima volta una delegazione ufficiale alle commemorazioni del bombardamento atomico di Hiroshima. Bene, faremo lo stesso con le Filippine, la Manciuria, la Corea e tutti gli altri posti dove l’Esercito Imperiale Giapponese, fino all’inizio del 1945, uccideva in media 5.000 persone al giorno in quella che definiva “sfera di co-prosperità”? Per capire il perché di Hiroshima, basta vedere i 50.000 feriti americani, i 100.000 soldati giapponesi morti ed i 100.000 abitanti di Okinawa che hanno fatto la stessa fine nei feroci combattimenti che si erano conclusi solo dieci settimane prima del bombardamento atomico. Moltiplicateli almeno per dieci (forse molto di più ndApo) ed avrete una stima di quello che sarebbe costata l’invasione del territorio metropolitano giapponese.

La sollevazione

A casa, una enorme moschea sorgerà vicino a Ground Zero, a Manhattan, ben prima del nuovo World Trade Center (forse Bruce Springsteen può registrare il seguito alla canzone “The Rising”). Dire che è una mossa di cattivo gusto è un comportamento bigotto. Dire che non sappiamo come, dove, quando e perché siano arrivati i fondi o perché un auto-proclamato gruppo “ecumenico” di musulmani voglia costruire una moschea proprio in un posto tanto provocatorio, o chi sia dietro a questa idea (o anche dove si trovi in questo momento) non è che il peggior tipo di pregiudizio da Neanderthal di destra.

Nessun problema. Potremo rassicurare i 3.000 morti che il loro trapasso è stato segnato dall’armonia illuminata di una moschea che viene costruita sopra la nuova torre. Quello che sappiamo è che, tra un anno, in tutto il Medio Oriente inizieranno a spuntare video di al-Qaeda con posters con foto photo-shoppate dei “cavalli forti” e CD con le rovine dell’11 settembre all’ombra di una torreggiante moschea, con i soliti barboni sputafuoco che pontificheranno sul fatto che Atta e gli altri hanno buttato giù le grandi torri per  far sì che sorgesse al suo posto il tempio dell’Islam dominante. Sembra ricordare una delle tante volte che l’inviato del presidente per il riavvicinamento con l’Islam è stato accolto a pesci in faccia. Quando è successo di fronte ad un pubblico musulmano in India, l’inviato si è detto “scioccato” – il che tradotto in giovanilese suonerebbe qualcosa come “Cioè, cavolo, non posso proprio credere che stia succedendo a me”.

Non penso che i sondaggi riflettano il livello di rabbia popolare, cosa che non dovrebbe stupire nessuno. Ogni evento sembra fatto per alimentare questo furore incontrollato: la festa semovente di Michelle dalla Costa del Sol a Martha’s Vineyard; il presidente che fa causa all’Arizona e, con l’aiuto di un giudice annulla la volontà popolare, come parte di uno sforzo complessivo per riuscire, o tramite sentenze giudiziarie o decreti amministrativi, ad ottenere l’amnistia per 15 milioni di futuri elettori che sapranno chi ringraziare alle urne: politici che si vantano di come hanno gettato via cento miliardi di soldi altrui qui, duecento miliardi lì: il costante assumere che ogni forma di espressione popolare sia stupida e che quelli che vanno agli incontri dei Tea Party, votano perché la legge sull’immigrazione sia applicata, vogliono ridurre il deficit federale, vogliono che il matrimonio resti quello che è stato per millenni o sono stanchi della politica fatta per aizzare l’odio tra le razze e le minoranze non siano altro che stupidi ignoranti e retrogradi fan di Sarah Palin.

I migliori ed i più intelligenti

Qual è il denominatore comune? Se uno avesse fatto un’indagine nei campus delle università di elite del 1975 e parlato con quelli che frequentavano legge, scienze politiche o lettere e, magari, avesse provato ad immaginare come si sarebbero potuti comportare 35 anni dopo, una volta diventati i leader del governo, dei media, delle università, delle fondazioni, delle arti, beh, quello studioso non potrebbe aspettarsi che una situazione simile a quella di oggi.

I sintomi che caratterizzano sia la cultura popolare ed il governo di oggi – moralismo spicciolo e isterico; un astratto spirito comunista propagandato mentre si cerca di fare la bella vita come gli aristocratici di un tempo; fare sermoni altisonanti su razza/classe/genere mentre si vuol mandare i figli alla scuola privata od iscriverli alle grandi università; manifestazioni esteriori della propria personalità senza classe e buongusto; l’incapacità seriale di prendersi la responsabilità delle proprie azioni; i deficit giganteschi fatti da entrambi i partiti; l’incapacità di tagliare le pensioni e gli altri benefits per i figli del “baby boom” – dal triviale al fondamentale, tutto deriva da una serie di fattori che sono venuti a maturazione negli anni sessanta e settanta.

Vediamo l’eterna adolescenza e l’ipocrisia che deriva da quella generazione di sputa sentenze, sia nelle facce ridicole e puerili di Al Franken, nel suicidio guidato dall’ideologia di “Newsweek”, nella costante distruzione del “New York Times”, in John Kerry che evade le tasse sul suo yacht, nel matrimonio dei Clinton che sembra tratto dal “Grande Gatsby”, in Michelle nella Costa del Sol, nel jet di Nancy Pelosi, in Tim Geithner che si “dimentica” di pagare le tasse o nel continuo giocare della carta razzista da parte di Charles Rangel e Maxine Waters. Sì, bastava una sola passeggiata nei campus di Yale o Stanford nel 1975 ed uno poteva vedere abbastanza chiaramente che razza di cultura quella gente avrebbe creato quando fosse cresciuta ed avesse preso il potere. Se volete chiamare questo “riduzionismo”, fate pure.

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