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Foto trovata su cristyli.comIn un mondo dell’informazione sempre più polarizzato, anche i media online rischiano di cadere nella trappola dell’autoreferenzialità e fare la stessa fine della stampa tradizionale, ormai quasi del tutto screditata.

L’articolo che oggi traduco è probabilmente il più breve della altrettanto limitata vita di questo spazio d’informazione online, ma forse è uno dei più importanti per il futuro della nostra professione. Orin Kerr è uno stimato professore di legge della George Washington University che scrive spesso sul sito The Volokh Conspiracy, caso non affatto isolato di non professionista dell’informazione che riesce non raramente ad essere più efficace e comunicativo di tanti giornalisti scafati. Le sue considerazioni sulle dinamiche interne della blogosfera mi hanno particolarmente colpito, generando le seguenti considerazioni, rivolte sia a chi sulla rete scrive sia a chi legge.

Quando mi sono avvicinato al giornalismo, parecchio tempo fa (il mio primo articolo pubblicato è dell’aprile 1990, quindi da poco ho festeggiato i vent’anni di mestiere), credevo fermamente che un professionista dell’informazione dovesse prima di tutto essere fedele alla verità e solo in seconda battuta ai suoi lettori. Imparai ben presto che, invece, il giornalista italiano prima di tutto deve essere fedele a chi gli paga lo stipendio e, conseguentemente, ai suoi amici e protettori politici. Di qui il mio primo allontanamento dalla professione.

Qualche anno dopo, all’università, fui promotore di un esperimento di “guerrilla journalism”, un mensile studentesco che si proponeva di usare senza alcuna preclusione il confronto tra le idee come mezzo per rompere l’egemonia culturale della sinistra. Anche questo tentativo, inutile dirlo, non durò molto. Nessuno vuole davvero il dibattito, tutti cercano solo di imporre le proprie idee agli altri, in un modo o nell’altro. Negli anni successivi, nei vari giornali coi quali ho collaborato, ho sempre tentato di svolgere al meglio il mio mestiere, provando a scrivere in maniera onesta quello che mi veniva “ordinato” di scrivere, ma sapendo bene di stare tradendo quel giuramento interiore che ogni giornalista fa quando entra per la prima volta in una redazione.

Oggi, sebbene non retribuito, svolgo orgogliosamente un ruolo culturale che penso, forse ingenuamente, utile alla crescita culturale della nazione, commentando e traducendo in maniera fedele articoli che parlano di realtà lontane dal nostro piccolo mondo antico fatto di congiure di palazzo, lotte di potere, giornalisti marchettari e professionisti della mistificazione. Eppure, pensandoci bene, sento di non rispettare appieno quel giuramento che feci vent’anni fa. Non sono affatto simile a quel prototipo di giornalista con la g maiuscola che sognavo da giovane. Se scorro la cronologia del browser, mi accorgo che leggo solo notizie provenienti da siti “non allineati”, traduco solo articoli che si accordano con la mia visione del mondo, corrispondo con amici e colleghi che, pur con le ovvie differenze, la pensano come me.

Prima di aprire questo piccolo spazio di informazione, mi sono detto che, fornendo informazione da un punto di vista criminalmente trascurato dai media tradizionali, stavo lavorando per riequilibrare la visione del mondo fornita ai lettori italiani non esperti di lingue straniere. Forse è un modo di vedere le cose non lontano da una certa verità, ma ora mi sembra una facile razionalizzazione di una volontà inconfessabile. La tentazione di “imporre” agli altri le proprie idee è sempre presente, trasfigurazione imbiancata di buoni sentimenti del narcisismo intellettuale proprio di chiunque decida di affidare i propri pensieri al pubblico.

“Internazionale” traduce materiale proveniente solo da siti e giornali di sinistra; io, molto più modestamente, faccio lo stesso con siti e giornali di destra. Sono quindi anch’io colpevole dello stesso crimine? Forse sì, forse anch’io, come suggerisce Orin Kerr, dovrei sforzarmi di liberarmi dei “paraocchi” ideologici e cercare, come quattordici anni fa, di accettare senza pregiudizi il confronto con chi la pensa diversamente da me. Ma poi spunta fuori il cinismo, frutto di troppi anni passati tra diplomatici e politici.

Che senso avrebbe perdere tempo a leggere tonnellate di articoli dei giornali tradizionali che ripetono tutti in coro le solite veline fornite dagli stessi protettori politici? Visto che gran parte dei sinistri preferisce vivere di luoghi comuni ed affidarsi a quelle tre o quattro “verità” inconfutabili ripetute ossessivamente da giornalisti, studiosi e politici, che senso avrebbe instaurare un confronto onesto?

Recentemente ho avuto modo di discutere con un giovane giornalista, carico di entusiasmo per le sue prime collaborazioni con giornali online e ansioso di festeggiare il suo primo articolo pubblicato su carta. Mi sono stupito nel sentirgli ripetere quelle stesse considerazioni che, sebbene con una certa vergogna, ho riportato qui sopra. Il dibattito? Con i sinistri non serve, quelli non leggono che i libri ed i giornali che leggono i loro amici, non accettano di battersi sul piano della logica e sono sempre pronti a ricorrere ad insulti e minacce quando sono con le spalle al muro. Una posizione ragionevole? Deontologicamente corretta? Forse no, ma sicuramente frutto di ripetuti scontri dialettici finiti male.

Allora, la tentazione di rinchiudersi nella “echo chamber”, un ambiente fatto da amici e conoscenti che la pensano come noi, dissertando dottamente di quanto siamo superiori a “quegli altri”, che credono ciecamente alle panzane keynesiane, che in fondo non sono altro che fascisti dentro, pronti a qualsiasi crimine per moltiplicare i comodi posti pagati dal contribuente per loro ed i loro amici nullafacenti, diventa quasi irresistibile.

Si dice poi che la rete favorisca per sua natura la parcellizzazione dell’informazione e rafforzi la tendenza del lettore di preferire sempre le opinioni di chi la pensa come lui. Si dice che sulla rete hai successo se sei più fazioso dei faziosi e difendi con quanta più virulenza possibile il tuo modo di vedere il mondo. Quindi è questo il futuro della nostra civiltà? Un mondo dell’informazione fatto da isole separate da oceani d’odio, dove comunità di persone che la pensano allo stesso modo fanno una specie di training autogeno collettivo rafforzando reciprocamente le loro opinioni?

Se questo fosse davvero il futuro dell’informazione, il pericolo di fare la stessa fine dei giornalisti “impiegati”, i quali, spesso loro malgrado, sono costretti a scrivere cose che non pensano solo per pagare il mutuo o per garantirsi un futuro quantomai incerto, è veramente dietro l’angolo. Che senso ha aprire un luogo di informazione online libero da ogni influenza esterna se poi ci si auto-rinchiude in una gabbia ideologica forse ancora più limitante?

Vorrei tanto avere risposte a queste domande scomode, ma in questo momento non posso che arrendermi di fronte alla mia inadeguatezza nel rendere reale quell’ideale di giornalista che un tempo sognavo di raggiungere. Forse neanche un Barzini o un Montanelli erano veramente liberi, forse anche loro, nel profondo dei propri silenzi, erano costretti ad ammettere di aver tradito quel giuramento non detto ma universalmente vincolante che lega chiunque ardisca a voler informare il prossimo. A questo punto verrebbe pure da domandarsi se sia davvero possibile rispettare questo giuramento, in un mondo violentemente imperfetto come il nostro, ma forse è una facile scappatoia retorica.

Vorrei che queste mie riflessioni servissero a stimolare un dibattito tra i colleghi dell’informazione online, principalmente tra gli amici liberali, libertari e conservatori, forse i più predisposti ad esami di coscienza tanto brutali e dolorosi. Ma probabilmente queste parole scivoleranno nel maelstrom digitale come lacrime nella pioggia. Il che sarebbe un vero peccato. Se vogliamo difendere la rete dall’attacco sempre più forsennato dei governi, dovremmo assicurarci prima che sia davvero un luogo libero ed aperto al confronto tra le idee. Se diventasse solo un amplificatore dell’odio già ampiamente presente nella società, forse non varrebbe la pena di difenderla affatto.

Luca A. Bocci (L’Apolide)

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La gente intelligente è d’accordo con me
Orin Kerr
Originale (in inglese): The Volokh Conspiracy
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Una delle conseguenze del cosiddetto “confirmation bias” è che tendiamo ad essere impressionati in maniera sproporzionata dalle idee che condividiamo. Se non controllato con attenzione, questo è un istinto del tutto naturale. Se leggi qualcosa che riflette o si accorda con le tue stesse opinioni, sei portato ad essere d’accordo con l’autore. Visto che sei d’accordo, le sue argomentazioni ti sembreranno altamente persuasive. E se le parole del tale autore sono così persuasive, ti sembrerà un pezzo fantastico. Questo comportamento si ripete ogni giorno nella blogosfera, quando i blogger linkano articoli di qualcun altro, descrivendoli inevitabilmente come “superbamente scritti” ed “estremamente profondi”. Cliccando sul link, capita spesso e volentieri di essere deluso dal contenuto di tale articolo, ma ti rendi presto conto che le opinioni qui espresse assomigliano in maniera impressionante a quelle di chi ha linkato il post. Non è impossibile toglierci i paraocchi o, più realisticamente, ridurne le conseguenze su quanto scriviamo ogni giorno. Ma spesso è un lavoro faticoso. E la quantità di lavoro che chi scrive sul web è disposto a dedicare ai propri articoli varia spesso in maniera impressionante da persona a persona.

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