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Immagine trovata su sferolite.blogspot.comDopo mesi di terrorismo mediatico, Harry Reid, capogruppo democratico al Senato, ha presentato un progetto di legge molto più ragionevole del previsto. Potrebbe essere la campana a morto per la follia del global warming. Al Gore non l’ha presa benissimo…

Alla fine la montagna ha partorito un topolino. Dopo mesi di terrorismo mediatico ed anni di enormi spese da parte delle solite aziende furbette e dei sempre presenti (e ben finanziati) idioti ambientalisti, il capogruppo democratico al Senato Harry Reid ha presentato un progetto di legge che non solo non ha traccia del temutissimo cap-and-trade ma che evita altri punti di discussione cruciali per la setta dei fedelissimi della teoria antropogenica del riscaldamento globale. Come diceva Clinton, it’s the economy, stupid! In un anno così disastroso per i democratici, provare a passare una legge che avrebbe colpito a morte vari settori dell’economia che ancora resistono alla crisi sarebbe stato come sventolare la muleta davanti al toro dei Tea Party ed invitare a nozze i repubblicani, che avrebbero sfruttato a morte la questione nella prossima campagna elettorale. Allora, tutto bene? Gu gu gu, i buffoni non ci son più? Sarà, ma l’Apolide ha molti dubbi. Durante una delle sue ultime svalvolate solitarie, l’ho sentito mettere in guardia contro i trucchi dei sinistri e dei loro padroni, che hanno speso bei soldi per lucrare scandalosamente su regolamenti assurdi come quelli imposti alle aziende europee. Per ora è il momento di festeggiare. Una grave minaccia per l’economia mondiale sembra, se non del tutto passata, almeno di molto ridotta. Tutto lo spin del mondo non riuscirà a convincere di nuovo il pubblico che la comunità scientifica è unita in un “consensus” granitico, specie dopo il devastante scandalo del ClimateGate. L’Apolide fischiettava allegro poche ore fa, ma non sono sicuro se stesse segretamente gongolando pensando alla rabbia del santone Al Gore o allo scuorno dei tanti utili idioti che avevano già prenotato mega-ville al mare pensando di guadagnare chissà quanto. Magari era solo felice per la “resa dei conti” di Palazzo Grazioli. Con un tipo del genere non si sa mai…

Un moderatamente allegro Apolide

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La morte del movimento del riscaldamento globale
Shikla Dalmia
Originale (in inglese): Forbes
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Gli storici del futuro definiranno di sicuro la presentazione del progetto di legge del senatore democratico Harry Reid, reso pubblico martedì scorso, come il momento nel quale il movimento politico legato al riscaldamento globale è entrato in una spirale mortale. Non c’è più! Kaputt! Done!

Non sono solo io a pensarla così; anche Paul Krugman, il premio Nobel ormai diventato un apparatchik del partito democratico è d’accordo. Nel suo più recente editoriale per il “New York Times”, Krugman si lamenta del fatto che “ogni speranza per un’azione concreta per limitare il riscaldamento globale è morta”. I democratici hanno avuto una piccola finestra temporale per far passare a forza qualche proposta al Congresso, prima che, a novembre, la politica del riscaldamento globale cambiasse per sempre. Ma il Reid scelse di non andare avanti per una ragione eccellente: i democratici volevano evitare di prendere una batosta ancora più pesante di quella che si prospetta dagli ultimi sondaggi.

Non solo il progetto di legge evita accuratamente di menzionare un limite alle emissioni valido per tutte le industrie, da far rispettare tramite uno schema di cap-and-tax — ops, scusate, cap-and-trade, evita anche di limitare le emissioni o imporre quote di energia rinnovabile alle imprese elettriche, il minimo indispensabile per gli ambientalisti. A parte una serie di regolamenti più severi sulle trivellazioni off-shore, offre dei sussidi sia ai proprietari di case per incoraggiarli a rendere le proprie abitazioni più efficienti dal punto di vista energetico sia ai proprietari della flotta di camion del paese per usare il metano, che bruciando produce meno inquinanti. Non mancheranno conseguenze negative per l’economia, ma se si confronta con l’azione “globale” sul settore energetico e il riscaldamento globale che il presidente Barack Obama aveva minacciato, si tratta di un affare.

Krugman se la prende — non riuscirete mai ad indovinarlo! — con le avide compagnie energetiche e quei vigliacconi dei repubblicani che si sono venduti ad esse. La colpa, caro Paul, non è loro, ma nelle tue teorie graciline.

La verità è che non c’è mai stato un tema ambientale che abbia goduto di appoggi così forti da parte della grande industria. All’inizio della crociata del riscaldamento globale, una coalizione di corporations chiamata United States Climate Action Partnership è nata con lo scopo esplicito di fare pressione sul Congresso per tagliare le emissioni di gas serra. Al suo interno importanti aziende energetiche (Duke Energy) e giganti del gas (BP) che pensavano di guadagnare bei soldi azzoppando l’industria del carbone tramite uno schema di cap-and-trade. Nel frattempo il Breakthrough Institute, un gruppo di sinistra molto rispettato che si pone come missione il ringiovanimento del movimento progressista in questo paese, fa notare come i gruppi ambientalisti abbiano speso non meno di 100 milioni di dollari negli ultimi due anni per mettere in piedi quella che potrebbe essere la migliore campagna di mobilitazione popolare della storia. Nonostante tutti questi sforzi, è costretto ad ammettere il Breakthrough, ci sono poche prove che indicano che vi sarebbero stati più di 43 senatori disposti a votare uno schema di tassazione occulta delle emissioni di anidride carbonica tramite i cosiddetti certificati verdi (il cap-and-trade).

Questo vuol dire che la prospettiva di guadagnare non è l’unica forza valida in politica. In effetti i lobbyisti sono più efficaci quando rappresentano cause che coincidono con la volontà degli elettori dei politici, cosa che decisamente in questo caso non è vera. Gli elettori non ne vogliono sapere di accettare danni economici subito per rispondere a pericoli remoti con la prospettiva di risultati ancora più incerti. Prendete il caso della Social Security e del Medicare: è ormai una certezza matematica che, senza riforme adeguate, questi sistemi andranno in bancarotta, mettendo a rischio le cure mediche e le pensioni di decine di milioni di americani. Anche se il costo di ogni possibile azione è infinitamente più basso rispetto al lasciare le cose come stanno ora, convincere gli elettori ad appoggiare qualsiasi scelta è sempre una battaglia molto difficile.

Eppure, anche allo zenit del “consenso” sul riscaldamento globale non c’è mai stata una certezza così matematica. Lo scandalo del ClimateGate –nel quale importanti climatologi sono stati beccati a manipolare i dati per esagerare l’aumento della temperatura– ha incrinato in maniera seria questo “consenso”, ma anche se non fosse accaduto, il cambiamento climatico è un argomento troppo complesso perché sia mai definito in termini assolutamente certi ed inappellabili. Quindi, era inevitabile che finisse prima o poi in un vicolo cieco.

Perché il progetto di legge di Reid non è altro che un vicolo cieco. In effetti, se i democratici hanno fatto marcia indietro dal loro grandioso piano di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 17% rispetto al livello del 2005 entro il 2020 nonostante una larga maggioranza al Congresso ed un “curatore celestiale” alla Casa Bianca, difficilmente riusciranno a fare qualcosa di meglio in futuro. E se l’America –il paese più ricco del mondo ed il più grande produttore di gas serra– non si muoverà decisamente, le possibilità che l’India o la Cina prendano provvedimenti più drastici sono le stesse di giocare a palle di neve a Mumbai.

Naturalmente le nazioni autoritarie hanno una libertà superiore rispetto alle democrazie quando si tratta di costringere la gente ad adottare rimedi spiacevoli. Ma nemmeno gli autocrati cinesi potranno costringere la propria popolazione ad una dieta energetica solo perché le conseguenze negative dureranno poco, visto che presto arriveranno alternative energetiche migliori e più pulite– che sarebbe l’unica giustificazione fornita dagli ambientalisti per i loro grandiosi e costosissimi piani.

Questo non vuol dire che non ci sarà qualche colpo di coda del movimento del riscaldamento globale prima che finalmente si levi di torno. Sul fronte internazionale, voci di corridoio dicono che il quinto Itergovernmental Panel on Climate Change, che sta venendo redatto in questi mesi, sarà ancora più allarmista del precedente. Eppure, grazie al ClimateGate, darà molto più spazio alle voci contrarie: secondo il senior fellow del Cato Institute Jerry Taylor, esperto in tematiche energetiche “più che andremo avanti, più che il mondo si renderà conto che non c’è consenso ma un crescente livello di critiche verso le conclusioni del passato”.

Dal punto di vista interno, i gruppi ambientalisti proveranno a spingere la Environmental Protection Agency ad emettere regolamenti che limitino le emissioni di gas serra in maniera più aggressiva. Ma questo sarà molto più difficile quando, il prossimo novembre, i repubblicani guadagneranno seggi al Congresso. Se le cose andassero come molti prevedono, saranno pronti a resuscitare una risoluzione al Senato proposta da Lisa Murkowski, (Rep. Alaska) che vieti all’EPA di regolare le emissioni da fonti stazionarie, risoluzione che è stata sconfitta per soli quattro voti il mese scorso. I guerrieri del riscaldamento globale stanno parlando di portare la battaglia per i tagli alle emissioni a livello statale, ma perderanno anche su quel fronte. La California, che ha applicato tagli del genere quattro anni fa, dovrà già affrontare un referendum abrogativo il prossimo novembre, visto che secondo molti la legge sta costringendo le aziende a lasciare lo stato, portandosi dietro parecchi posti di lavoro. In effetti, gli stessi limiti all’azione collettiva che ostacolano una risposta globale al cambiamento climatico inevitabilmente minacceranno un’azione stato per stato.

I guerrieri del riscaldamento globale dovranno passare i cinque stadi del lutto prima di accettare che hanno perso il momento giusto e che il movimento è ormai morto. Pensatori più sofisticati di Krugman sicuramente faranno notare molte cause per la sua dipartita, a parte i soliti malvagi repubblicani, come la mancanza di interesse da parte del presidente, la situazione economica negativa, le regole sull’ostruzionismo, quant’altro vi verrà in mente.

La realtà, invece, è che la crociata era condannata al fallimento fin dall’inizio dalle sue debolezze intrinseche. Riposa in pace.

Shikha Dalmia è senior analyst presso la Reason Foundation ed ogni quindici giorni scrive editoriali per Forbes. Robert Soave della University of Michigan ha fornito un valido aiuto per le ricerche alla base di questo articolo.

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