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Vignetta trovata su vadelfio.splinder.comPiù che passa il tempo, più sono d”accordo con l’amico Paolo della Sala, il quale afferma che né economisti né politici capiscano niente dell’economia vera. Ieri, sul WSJ, hanno ammesso che, dopo 15 anni di studi, nessuno sa cosa sia successo in Giappone e come funzioni la deflazione. Nota: trattasi degli stessi economisti che pretendono di decidere il nostro futuro.

Seguire le infinite evoluzioni dell’economia mondiale è sempre stata una delle passioni dell’Apolide. Se in passato ha avuto anche modo di applicare le conoscenze derivate dalla lettura di tonnellate di articoli sull’argomento prima nella gestione del modesto patrimonio familiare (con risultati talvolta eccellenti, talvolta disastrosi) poi nella consulenza finanziaria (stavolta con risultati disastrosi per sé stesso, non per i suoi pochi clienti), da qualche tempo preferisce rimanere ai margini del campo di battaglia e dilettarsi nell’arte delle previsioni a medio-lungo termine. Insomma, fa quello che dovrebbero essere pagati per fare analisti ed economisti senza sommergersi in equazioni complicate, teorie astruse ma affidandosi alla conoscenza della politica, delle relazioni internazionali e al suo istinto animale. Tutto rigorosamente gratis, ovviamente. Finora è stato contento di ammettere, mettendo da parte la sua innata modestia, come le sue previsioni si siano rivelate molto più azzeccate di quelle di tanti soloni della scienza economica (che poi scienza non è). Ora, invece, visto che le sue riflessioni non sono più limitate alla stretta cerchia di amici e familiari che sopportano da decenni le sue filippiche, è costretto a chiedersi delle domande ben più difficili. La più importante è la seguente: ma questi economisti ci sono o ci fanno? Insomma, mai una volta che riescano a dare indicazioni non dico uguali, ma almeno compatibili l’una con l’altra. Niente da fare, ogni volta si dividono in due, tre fazioni l’un contro l’altra armate e se le danno di santa ragione per decidere chi ha ragione. Il mercato, nel frattempo, fa quello che gli pare ed i poveri investitori che hanno letto i loro articoli pontificanti ci rimettono le penne. Se ieri Ambrose Evans-Pritchard perorava la causa dell’iper-inflazione prossima ventura, Jon Hilsenrath rispondeva sul Wall Street Journal dichiarando come, sebbene nessuno capisca cosa sia successo in Giappone o perché le cose siano andate come sono andate, in America e nel resto del mondo occidentale succederà esattamente lo stesso. Say whaaat?! Ma allora ci prendete tutti per fessi? Consiglio gratuito non richiesto dell’Apolide ai suoi quattro fedelissimi lettori: fate i compiti a casa, studiate per conto vostro e fregatevene dei consigli degli “esperti”. Specialmente visto che questi supposti esperti non ne beccano una neanche per sbaglio da tempi immemorabili. L’articolo è comunque istruttivo e lo trovate tradotto qui sotto. Enjoy ma non prendetelo troppo sul serio. Lo stesso vale per i vaneggiamenti dell’Apolide, ma penso che l’avevate già capito da soli. Basta che non glielo diciate di persona. Col caratterino che si ritrova, sarebbe capace pure di prendervi a male parole…

Il vostro, irascibile, Apolide

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La deflazione supera le aspettative – e le soluzioni
Jon Hilsenrath
Originale (in inglese): Wall Street Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il vecchio uomo nero dell’economia, la deflazione, è tornata ad essere la preoccupazione principale per l’economia americana. Come non bastasse, ecco un altro motivo di preoccupazione: dopo aver studiato più di un decennio di deflazione in Giappone, gli economisti si stanno rendendo conto di non aver ancora capito come funziona esattamente.

La deflazione, solitamente, avviene quando succede un calo della domanda simile a quello avvenuto nella Grande Depressione. I prezzi al consumo, gli stipendi ed i valori dei beni immobili cadono a picco; i tassi di interesse vanno a zero, più in basso possibile. Mentre i prezzi e gli stipendi calano, il costo per la manutenzione del debito rimane stabile, togliendo aria all’economia e spingendo i prezzi ancora più in basso. Una situazione pessima, per farla breve, che continua a peggiorare col tempo.

Solo nel 1932, i prezzi al consumo negli Stati Uniti calarono del 10%; tra il 1929 ed il 1933 calarono complessivamente del 27%.

Eppure le cose in Giappone sono andate in maniera molto diversa. Invece di trattarsi di un fenomeno profondo, distruttivo ma concentrato in pochi anni, la deflazione è stata una faccenda sorprendentemente moderata ma che è durata molto più a lungo di quanto tutti si aspettassero. I prezzi al consumo in Giappone calano da 15 anni, ma mai più del 2% all’anno. La deflazione in Giappone è stata una specie di pantano, ma non la spirale discendente di distruzione che molti economisti avevano predetto. Perché le cose sono andate così? E cosa vuol dire per il resto del mondo?

Gli economisti non sanno che pesci prendere. Secondo Adam Posen, un membro del comitato per la politica economica della Bank of England che segue la situazione giapponese dal 1997, “non sappiamo come funziona la deflazione. Non sappiamo come razionalizzare una deflazione ‘piatta’, costante, che dura per molti anni”.

Questa è una materia urgente per la Federal Reserve americana e le altre banche centrali, visto che l’Irlanda sta già vivendo la deflazione, mentre la Spagna si trova a ballare sull’orlo del precipizio. L’indicatore dei prezzi al consumo preferito dalla Fed a giugno vedeva un aumento dell’1,3% rispetto all’anno precedente, sotto l’obiettivo informale dell’1,5 – 2%, ma alcuni dirigenti temono che i prezzi potrebbero diminuire se la ripresa dovesse andare in stallo.

Sulla carta, il Giappone sembrava il candidato ideale per una spirale deflattiva. L’economia continuava a crescere meno di quanto si stimasse possibile; la disoccupazione salì dal 2,1% dei primi anni ’90 a più del 5% dieci anni dopo. Questo crescente rallentamento dell’economia dovrebbe aver spinto i prezzi sempre più in basso; per non parlare dei grossi fardelli di mutui inesigibili dalle banche, i quali avrebbero dovuto rendere ancora più grave il peso dei debiti sul resto della società.

Eppure niente di questo è successo. I vecchi trade-off citati dai libri di testo tra la disoccupazione e l’inflazione sembrano aver smesso di funzionare: la teoria della curva di Phillips, che ha preso il nome di Alban William Phillips, il primo a teorizzarla, spiega come quando la disoccupazione aumenta, l’inflazione tende a calare. Questa teoria è parte integrante di tutti i libri di testo, eppure in Giappone non ha funzionato.

I dirigenti della Fed, ancora prima della crisi, avevano trovato prove che questa dinamica sembrava esser diventata meno efficace col tempo; ovvero che un aumento netto della disoccupazione potrebbe anche non generare quello shock deflazionario che si era verificato nel passato.

L’esperienza giapponese non fa che rafforzare questa tesi. Il signor Posen è pronto a dire che, se questo può spiegare delle variazioni di breve periodo nella relazione tra disoccupazione ed inflazione, il Giappone rimane un fenomeno inspiegabile, anche solo perché la crisi è durata così a lungo. Può darsi che gli economisti non si fossero resi conto di quanto fosse grave la sofferenza dell’economia nipponica.

Un’altra spiegazione esamina la psicologia delle famiglie e delle imprese, fattore che, secondo gli economisti moderni, ha un’importanza decisiva nelle dinamiche inflattive. Se il pubblico si aspetta un grosso aumento dell’inflazione, tenderanno a chiedere stipendi più alti e questo aumenterà i prezzi. Se, invece, il pubblico si aspetta che i prezzi non subiranno grandi variazioni o addirittura diminuiranno, si comporteranno di conseguenza, creando quindi proprio l’ambiente economico che prevedevano. Il Giappone potrebbe essere bloccato in una deflazione “soft” proprio perché, negli anni, questo è proprio quello che le famiglie e le imprese giapponesi si sono abituate ad aspettarsi dal futuro. Anche quando, dal 2002 al 2007, l’economia giapponese ha ripreso a crescere, i prezzi sono continuati a scendere.

Il governo ha certo avuto la sua parte: i dirigenti economici giapponesi hanno risposto alla loro crisi in maniera energica, ma molti economisti americani dicono che non hanno tagliato il tasso di sconto abbastanza in fretta subito dopo lo scoppio della bolla, hanno ritirato lo stimolo fiscale troppo presto e sono stati troppo lenti nel sistemare il sistema bancario e ristrutturare le industrie inefficienti.

Secondo Mark Gertler, economista della New York Univesity che negli anni ’90 ha studiato il malessere giapponese con Ben Bernanke, l’intervento del governo può aver evitato il peggio per l’economia giapponese, ma forse non è stato abbastanza aggressivo da rivitalizzare sul serio l’economia e metterla su un cammino virtuoso.

Ci sono altre spiegazioni: secondo una, i consumatori giapponesi, invecchiando, possono aver preferito risparmiare per la pensione e quindi ridurre la propensione alla spesa, fatto che ha minato la domanda al consumo ed influito pesantemente sulle dinamiche dei prezzi.

Questo può avere implicazioni sia positive che negative per gli Stati Uniti, ma secondo Gertler, “questo è il tema economico più importante in assoluto”.

La buona notizia è che la Fed non dovrebbe preoccuparsi troppo di una spirale deflazionaria come quella della Grande Depressione. La cattiva notizia è che, casomai gli Stati Uniti dovessero entrare in deflazione, potrebbero restarci per molti anni come il Giappone e soffrire le conseguenze negative della minor crescita economica. Per non parlare del fatto che, visto che nessuno capisce come funzioni la deflazione, chi deve decidere le politiche economiche potrebbe scoprire di non avere nessuna soluzione a sua disposizione.

Correzione

Un grafico che accompagnava una precedente versione di questo editoriale mostrava erroneamente il cambiamento da un anno all’altro nel livello dei prezzi al consumo degli Stati Uniti dal gennaio 1928 al maggio 1944, non la variazione percentuale come indicato sull’asse delle ordinate. Qui sotto trovate la versione corretta del grafico.

Grafico realizzato con dati dell'U.S. Bureau of Labor e del Ministero degli Interni giapponese

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