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Immagine trovata su schillerinstitute.orgSegnale d’allarme grosso come una casa dal Daily Telegraph. I banchieri della City e di Wall Street stanno cercando libri da anni fuori catalogo sulle conseguenze dell’iper-inflazione nella Germania degli anni ’20. Ora, questo non vuol dire niente di per sé, ma fossi in voi cercherei di mettermi al riparo dall’inflazione. Better safe than sorry, no?

Ambrose Evans-Pritchard è uno degli analisti economici più apprezzati dall’Apolide. Tra le varie pubblicazioni con le quali collabora vi è anche l’ottimo quotidiano inglese “Daily Telegraph”, dove tiene un blog molto informato e ben scritto su tutti i movimenti dell’economia mondiale. Il post di oggi è estremamente significativo: partendo da un segnale apparentemente insignificante (il prezzo estremamente elevato di un libro usato su Ebay), riesce a trarre indicazioni importanti sull’evoluzione futura della politica monetaria dei paesi occidentali. Fosse solo per apprezzare questo capolavoro di deduzione, l’articolo andrebbe letto, ma l’Apolide teme che il buon Ambrose abbia colto nel segno e che all’orizzonte si profili sempre più chiaramente un default generalizzato dell’Occidente sotto forma di una iper-inflazione in stile Weimar. Come spiegare altrimenti la nonchalance con la quale The One e la sua cricca stanno accumulando immensi debiti pubblici senza battere ciglio. Sembra evidente che non pensino minimamente a ripagarli. Se per caso non avete ben presenti le conseguenze dell’iper-inflazione, Evans-Pritchard riporta alcuni eventi degli anni terribili che mandarono in frantumi una società ordinata e pacifica come quella tedesca. Non vuol dire che necessariamente si ripeteranno fenomeni del genere, ma forse sarebbe il caso di iniziare a considerare un piano di contingenza per sopravvivere ad eventi del genere. La prospettiva non è delle più rassicuranti, ma trovarvisi in mezzo senza aver preso almeno qualche contromisura sarebbe davvero disastroso. Don’t believe the hype, pensate con la vostra testa e preparatevi al peggio. Ora lo sapete. Se le cose dovessero davvero andare a puttane, non prendetevela con il sottoscritto.

L’Apolide

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La morte della moneta di carta
Ambrose Evans-Pritchard
Originale (in inglese): The Daily Telegraph

Ebay sta offrendo una copia “vissuta” del libro “Dying of Money: Lessons of the Great German and American Inflations”; l’asta parte a 699 dollari (spediziona gratuita… vorrei vedere).

Il passaggio cruciale arriva nel capitolo 17, intitolato “Velocity”. Ogni movimento inflattivo importante — sia nei primi anni ’20 in Germania o durante le guerre di Corea e Vietnam negli USA — inizia con un’espansione passiva della massa monetaria. Questo influsso di moneta è in grado di rimanere inerte per un periodo di tempo sorprendentemente lungo. I prezzi dei beni primari possono salire, ma l’inflazione latente viene mascherata. L’effetto è simile a quello che si ha gettando della benzina su un falò prima di accenderlo.

La disponibilità del pubblico a trattenere il contante può cambiare molto rapidamente per “ragioni psicologiche o spontanee”, causando un picco nella velocità degli scambi di moneta. Può avvenire rapidissimamente, nel giro di poche settimane. Questo cambiamento, inevitabilmente, coglie gli economisti impreparati. Aspettano sempre troppo a lungo per ridurre l’eccesso di moneta presente sul mercato.

Secondo il signor O Parsson (l’autore del libro ndT), “il grafico della velocità si impennò a quasi novanta gradi nell’estate del 1922″. I dirigenti della Reichsbank (la banca centrale tedesca durante l’Impero e la repubblica di Weimar ndT) non sapevano cosa pensare: non riuscivano a capire perché i tedeschi avessero iniziato solo ora a comportarsi in maniera diversa, quasi due anni dopo che la banca aveva aumentato la massa monetaria. Per Parsson, la pazienza del pubblico finì di colpo quando i cittadini persero fiducia nel sistema ed iniziarono a temere “una fregatura del governo”.

Qualcuno di voi potrà sorridere di fronte alla “sorpresa” della Bank of England per il recente aumento dell’inflazione inglese. Dall’altra parte dell’Atlantico, i critici della Fed dicono che l’aumento della massa monetaria statunitense da 871 miliardi a 2.024 miliardi di dollari in soli due anni è una pira funeraria che prenderà fuoco appena la velocità degli scambi di moneta negli Stati Uniti tornerà ai suoi valori normali.

Gli analisti della Morgan Stanley si aspettano un massacro sui mercati delle obbligazioni quando la Fed dovrà fronteggiare le conseguenze delle scelte passate, prevedendo che i tassi sui buoni del Tesoro americano schizzeranno al 5,5%. Finora non è successo nient di tutto ciò. I tassi sui buoni a 10 anni sono caduti sotto il 3% e la velocità della M2 è rimasta attorno il minimo storico di 1.72.

Visto che sono uno “storico” sostenitore del pericolo deflazione, penso che la BoE e la Fed abbiano ragione a mantenere il sangue freddo e ritardare a tempi migliori il ritiro dello stimolo fiscale — anche se è più facile essere d’accordo negli Stati Uniti, dove l’inflazione dei beni durevoli è calata al minimo dalla metà degli anni ’60. Ma il fatto che il libro di O Parsson sia nuovamente ricercato dai circoli esclusivi dei banchieri è un segnale di un cambiamento di comportamento che può benissimo diventare una profezia auto-realizzante.

Casualmente, è stato appena ristampato un altro libro degli anni ’70 intitolato “When Money Dies: the Nightmare of The Weimar Hyper-Inflation”. Scritto dall’ex parlamentare europeo conservatore Adam Fergusson — e raccomandato da Warren Buffett come una lettura essenziale per ogni investitore — è un racconto vibrante tratto dai diari di chi visse gli anni tumultuosi della iper-inflazione in Germania, Austria ed Ungheria subito dopo la fine degli Imperi Centrali.

La disintegrazione dell’ordine sociale fu caratterizzata quasi dovunque da una guerra civile tra le città e le campagne. Folle di cittadini affamati e vendicativi razziavano i villaggi, rapinando il cibo dai contadini, che erano accusati di nasconderlo per lucrare sul prezzo. Il diario di una ragazza descrive una scena di cui è stata testimone alla fattoria di suo cugino.

“Nel carretto vidi tre maiali sgozzati. La stalla era ricoperta di sangue. Una mucca era stata macellata nel suo recinto, la sua carne strappata dalle ossa. I mostri avevano tagliato le mammelle alla migliore mucca da latte, che fummo costretti ad abbatterle per risparmiarle ulteriori sofferenze. Nel granaio stava ancora fumando uno straccio imbevuto di benzina, tanto per dimostrare quali fossero le intenzioni di quelle bestie”.

I pianoforti a coda divennero una specie di moneta non ufficiale quando i membri delle elites burocratiche impoverite furono costretti a scambiare i simboli del loro vecchio status per un sacco di patate e qualche fetta di pancetta. Il momento più atroce fu quando ogni famiglia della classe media iniziò a capire che non avrebbe più ricevuto i soldi investiti nei buoni del tesoro e nei prestiti di guerra. Davanti a loro c’era solo la rovina. Coppie di anziani preferivano suicidarsi col gas nei loro appartamenti ad affrontare un futuro così nero.

Gli stranieri che avevano dollari, sterline, franchi svizzeri o corone cecoslovacche vivevano nell’opulenza: la gente li odiava. Erna von Pustau, figlia di un mercante di pesce di Amburgo dice che “i tempi duri ci hanno reso cinici. Tutti vedevano il prossimo come un nemico”.

Un gran numero di persone non si rese conto di quello che stava per succedere. Una donna dell’alta società ricorda come “i miei conoscenti ed i miei amici erano stupidi: non capivano cosa volesse dire l’inflazione. I nostri avvocati non erano meglio. Il direttore della banca di mia madre le diede dei consigli disastrosi. Iniziavi a vedere l’aspetto dei loro appartamenti che cambiava. Dove ricordavi un dipinto, un tappeto, un comodino, non c’era nulla. Alla fine le stanze rimanevano quasi vuote. Alcuni di loro erano costretti a mendicare — non per le strade — ma facendo visite a sorpresa agli amici. Tutti sapevano la ragione per queste visite, lo sapevano molto bene”.

La corruzione divenne la regola: le persone venivano derubate del cappotto e delle scarpe agli angoli delle strade. I vincenti furono coloro che — per pura fortuna o disegno consapevole — avevano contratto grossi debiti con le banche per comprare beni immobili, o i grandi gruppi industriali che avevano emesso obbligazioni. Ci fu un enorme trasferimento di ricchezza dai risparmiatori ai debitori, anche se più tardi il Reichstag passò una legge che collegò i vecchi contratti al valore dell’oro, permettendo ai creditori di recuperare parte del denaro spazzato via dall’inflazione.

Prese piede una teoria complottista secondo la quale l’inflazione era un piano degli ebrei per mandare in rovina la Germania. Le banconote venivano chiamate “Judefetzen” (coriandoli ebraici), un segnale chiaro della catena di eventi che avrebbe portato, dieci anni dopo, alla Kristallnacht.

Se la storia della Repubblica di Weimar è uno studio sempre valido sulla disintegrazione di una società, non può essere usato per spiegare gli eventi odierni. Il colpo finale che precipitò il crollo del 1923 fu l’occupazione francese della Ruhr, che strappò alla Germania buona parte della sua industria ed iniziò un movimento di resistenza di massa.

Lloyd George arrivò a sospettare che i francesi stessero cercando di causare la disintegrazione della Germania, sponsorizzando la creazione di uno stato secessionista della Renania (cosa che in effetti stavano facendo). Per qualche giorno, forze ribelli misero in piedi un governo separatista a Dusseldorf, ma poi, in un raro caso di giustizia poetica, la crisi si ritorse contro Parigi, distruggendo anche il franco.

A quel punto, le conseguenze della pace cartaginese di Versailles avevano reso l’atmosfera irrespirabile. Non pagare le tasse che sarebbero state sequestrate dal nemico per pagare le riparazioni di guerra divenne un dovere patriottico. Influenzata pesantemente dai bolscevichi russi, la Germania era diventata un calderone di insurrezioni comuniste: gruppi di autonomi cercarono di prendere il controllo di Berlino, i “soviet” dei lavoratori spuntarono in ogni fabbrica, ad Amburgo i camalli ed i lavoratori dei cantieri occuparono le stazioni di polizia e misero in piedi barricate, per non passare degli scontri sanguinosi tra le “centurie rosse” comuniste e le milizie di destra.

I nostalgici iniziarono a complottare per la restaurazione della famiglia reale di Baviera dei Wittelsbach, accompagnata dalla vecchia moneta, il tallero d’oro. Il senato di Brema emesse delle obbligazioni legate all’oro, mentre altri emisero monete collegate al prezzo della segale.

Questa non è l’Europa o l’America o l’Inghilterra del 2010, ma dovremmo stare attenti prima di abbracciare acriticamente la conclusione, opposta e fintamente rassicurante, che questo non è che un replay in tono minore del Decennio Perso del Giappone, ovvero una lenta e non troppo dannosa discesa nella deflazione mentre si afferma poco alla volta la disciplina del de-leveraging del debito.

Quando la bolla del Nikkei esplose, circa vent’anni fa, il Giappone era il creditore più grande del mondo, con un tasso di risparmio privato che valeva il 15% del PIL. I giapponesi hanno gradualmente ridotto questo tasso al 2%, assorbendo gli effetti peggiori della lunga recessione. Gli anglosassoni non hanno niente di simile a questo “cuscino”.

L’Occidente ha la tentazione sempre più evidente di liberarsi dagli errori della bolla immobiliare di Greenspan, la bolla del credito di Brown e la bolla del debito pubblico dell’Unione Monetaria Europea tramite un default mascherato dall’inflazione. Ma questo sarebbe un pericolo per gli anni a venire. Prima avremo lo shock della deflazione delle vite (sic ndT); poi — e solo poi — le banche centrali andranno troppo oltre e rischieranno di perdere il controllo del loro esperimento con le rotative (l’aumento incontrollato della massa monetaria ndApo), quando la velocità degli scambi di valuta decollerà sul serio. Per favore, un problema alla volta.

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