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Foto trovata su flickr.comLa logica batte sempre la retorica, checché ne pensino i maestri della demagogia. A forza di aumentare le tasse, moltiplicare la burocrazia, strepitare contro il big business, gli obamioti sono riusciti a far scappare da Wall Street le grandi ditte. Che dire? Complimentoni!

Un altro giorno, un’altra notizia carica di significati nefasti per il futuro degli Stati Uniti. Un lungo articolo dello Spiegel Online International racconta come le grandi ditte tedesche stiano abbandonando sempre di più i listini azionari americani. Le ragioni di questa fuga? Eric Kelsey, l’articolista dello Spiegel, collega tutto alla Sarbanes-Oxley, legislazione cervellotica introdotta nel 2002 sull’onda dello scalpore dei grandi scandali finanziari di Enron e WorldCom, ma la spiegazione non è delle più convincenti. A dare retta all’articolista, alcuni giganti del DAX come BASF, E.On e Bayer se ne sarebbero andati quando le regole sono state semplificate, mentre Daimler avrebbe scelto di mollare dopo aver patteggiato una multa da 165 milioni di dollari per la corruzione di alti dirigenti governativi stranieri, crimini non provati che per una regola francamente ridicola sono stati perseguiti dal DoJ e dalla SEC obamiote. La verità che Kelsey sembra disperatamente evitare è che, da quando il Caro Leader Abbronzato ha occupato la Casa Bianca, il clima per le imprese (specialmente straniere) è diventato tossico e chi può, preferisce levare le tende. New York, miniera d’oro per i democratici, continua a prendere gran schiaffoni da The One ed il mood generale tra i grandi sponsor dei candidati obamiani sta diventando veramente pessimo. Prima gli attacchi continui contro Israele hanno mandato su tutte le furie la folta (e molto generosa) comunità ebraica, poi la deriva laborista e sempre più comunisteggiante della Casa Bianca ha fatto infuriare le grandi imprese. Ora a prendersela saranno sicuramente i “grandi vecchi” di Wall Street, che hanno tutto da perdere e niente da guadagnare dall’uscita di grandi gruppi stranieri dai listini a stelle e strisce. Questo ennesimo segnale d’allarme proveniente dalla capitale economica del pianeta verrà quasi sicuramente ignorato dai media italiani, ancora impegnati in un’opera disgustosa di mistificazione sulla realtà delle cose dall’altra parte dell’oceano. L’Apolide continua nella sua piccola missione, sperando sinceramente che qualcuno riesca a sentire la voce della ragione e, magari usando alcune delle “prove” che vi fornisco quotidianamente, possa sbugiardare i maestri della menzogna che, nonostante siano totalmente screditati, continuano a vomitare la loro squallida retorica sinistra. Sperém…

L’Apolide

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Correndo verso l’uscita: i giganti tedeschi in fuga da Wall Street
Eric Kelsey
Originale (in inglese): Spiegel Online International

Il 18 giugno, il simbolo della corporation tedesca Deutsche Telekom, è passato per l’ultima volta sul ticker del New York Stock Exchange. La più grande compagnia di telecomunicazioni europea ha abbandonato il più grande e famoso listino del mondo dopo quasi 14 anni di presenza.

La compagnia sta procedendo al delisting da tutti i mercati esteri e presto sarà solo presente sul mercato casalingo di Francoforte.

La Deutsche Telekom è solo l’ultima blue chip tedesca a dire addio al mercato azionario americano. In un momento emblematico, la Daimler, la prima azienda tedesca ad entrare nel listino di New York nel 1993, ha ufficialmente interrotto le contrattazioni sul NYSE il 4 giugno, dicendo che non aveva più bisogno di essere presente sul mercato americano per attirare gli investitori internazionali. Il gigante delle assicurazioni e dei servizi finanziari di Monaco di Baviera Allianz ha lasciato il NYSE lo scorso autunno.

Questa recente serie di abbandoni delle ditte tedesche dal mercato azionario americano è iniziata circa dieci anni fa. Le restrizioni introdotte dal governo degli Stati Uniti dopo gli scandali contabili dei primi anni 2000 hanno fatto aumentare i controlli ed aggiunto costi fissi alle compagnie straniere presenti sul NYSE. Delle 11 ditte presenti nell’indice DAX delle blue chip che una volta erano presenti sul NYSE, ora ne restano solo quattro: Deutsche Bank, Fresenius, SAP e Siemens.

Perché le ditte tedesche erano andate a New York

Rüdiger von Rosen, direttore esecutivo della Deutsches Aktienistitut, un’associazione che rappresenta le compagnie tedesche presenti sui listini azionari, dice che “negli anni ’90, tutti erano entusiasti dell’idea di entrare nel mercato dei capitali americano, specialmente per le possibilità di compiere fusioni ed acquisizioni”.

Gli anni ’90 ed i primi anni ’00 sono stati l’era delle mega fusioni di Wall Street, tra le quali fecero impressione il merger da 81 miliardi di dollari tra Exxon e Mobil nel 1999 e lo sfortunato merger da 164 miliardi di dollari tra AOL e Time Warner nel 2000.

Il matrimonio da 36 miliardi di dollari tra la Daimler ed il costruttore automobilistico di Detroit Chrysler, iniziato nel 1998, sembrò confermare l’idea che la presenza sul listino americano permetteva alle ditte tedesche di competere con i competitori americani per assorbire la concorrenza ed espandere la loro presenza internazionale. I giganti tedeschi come Siemens, Allianz e SAP furono capaci di acquisire altre ditte presenti sui listini americani con semplici scambi di pacchetti azionari. Ad esempio la Deutsche Telekom sfruttò la sua presenza sul NYSE per acquisire una serie di operatori cellulari americani e trasformare la sua divisione di telefonia mobile T-Mobile nel quarto operatore di cellulari sul mercato statunitense.

Il fatto di essere presenti sul mercato azionario americano, inoltre, era visto come uno status symbol per le compagnie straniere. Oltre a rendere più facile l’accesso agli investitori istituzionali, essere presente significava l’essere controllati più strettamente dagli analisti di Wall Street, fatto che a sua volta poteva attirare nuovi investitori e migliorare il profilo internazionale delle compagnie.

Delle 16 compagnie tedesche che sono od erano presenti sul NYSE, solo tre non sono entrate prima del 2002, cavalcando l’onda lunga del mercato delle fusioni ed acquisizioni degli anni ’90 — guarda caso, proprio prima che il governo americano decidesse di inasprire i requisiti da rispettare con la legge Sarbanes-Oxley, che entrò in vigore proprio il 30 luglio 2002.

Sarbanes-Oxley

La Sarbanes-Oxley iniziò a rendere sempre meno interessante per le ditte tedesche la presenza sul mercato azionario americano. Dopo gli scandali contabili dei giganti americani come la Enron e la WorldCom, la legge introdusse una lunga serie di adempimenti per le compagnie presenti sui listini azionari americani.

La legge, che prese il nome dai due sponsor al Congresso, Paul Sarbanes, senatore democratico del Maryland e Michael Oxley, deputato repubblicano dall’Ohio, rese più stringenti gli obblighi legislativi nella gestione del bilancio, per impedire alle ditte di imbrogliare gli investitori. Fin dal primo momento, le ditte si lamentarono per gli alti costi richiesti dalle nuove regole previste dalla riforma. Uno degli articoli della legge obbligava le compagnie ad assumere un revisore dei conti indipendente per controllare i report sullo stato delle finanze ed emettere giudizi autonomi. Lo scopo della legge era quello di proteggere gli investitori dalle frodi, aumentare la trasparenza sui rischi collegati alle ditte e denunciare le ditte di revisione dei conti che stavano aiutando le compagnie a truccare i bilanci.

Nonostante quest’aumento della burocrazia e dei costi, Georg Stadtmann, un professore tedesco di economia presso la  University of Southern Denmark che studia i mercati finanziari, “alcune compagnie dicono che il mercato finanziario americano è più invitante che mai. Le regole più severe mettono in funzione un meccanismo che rende le stesse compagnie più coscienti della presenza di rischi in alcuni settori della propria attività”.

‘La preoccupazione per i costi è sempre altissima’

Secondo Donald H. Miers, un avvocato di Washington, D.C. che si occupa di imprese e finanza, “la preoccupazione per i costi è sempre altissima. Per rispettare le regole della SEC (la CONSOB americana ndT) ci vuole un piccolo esercito di dipendenti. La Sarbanes-Oxley è arrivata proprio quando le ditte stavano già considerando l’uscita dai listini”. Rispettare le regole della SEC costava alle ditte tedesche presenti anche sui mercati statunitensi qualcosa tra dieci e quindici milioni di euro all’anno. Gran parte delle compagnie preferisce non dichiarare pubblicamente quanto abbiano speso per rispettare le regole della SEC, ma un portavoce della Deutsche Telekom ha dichiarato allo SPIEGEL ONLINE che questi costi erano “poco più di una decina di milioni di euro”; un portavoce della Daimler ha dichiarato anch’esso che questi costi non superavano i dieci milioni di euro.

Quando la Telekom e la Daimler hanno reso pubblica la loro uscita dal NYSE, lo scorso aprile e maggio, la ragione principale per questa scelta è stata quella di ridurre la complessità nel preparare i rapporti sullo stato delle finanze ed i costi amministrativi.

In media, le compagnie devono assumere da cinque a dieci persone solo per rispettare le regole della SEC; secondo Miers, una ditta può aver bisogno di una dozzina di impiegati che si occupino solo delle dichiarazioni obbligatorie sui pacchetti di compensazione dei dirigenti.

Oltre al personale richiesto dalle regole della SEC, le ditte tedesche avevano comunque bisogno di altri dipendenti che si occupassero dei regolamenti previsti dalle leggi tedesche: secondo Stadtmann, “molte ditte vogliono solo liberarsi dal bisogno di mantenere due sistemi paralleli”. A partire dal 2005, tutte le compagnie presenti sui listini tedeschi sono state costrette a rispettare gli International Financial Reporting Standards (IFRS), un sistema di regole contabili che è seguito da tutte le compagnie presenti nell’Unione Europea ed in gran parte dei mercati asiatici.

Negli Stati Uniti, la SEC ha proposto di sostituire le attuali regole contabili con gli IFRS nel corso del prossimo decennio: secondo la SEC, questo cambiamento permetterà di confrontare meglio i dati delle aziende ed aumenterà la trasparenza dei bilanci delle ditte in tutto il mondo.

Un “incubo” burocratico

La decina di milioni di costi relativi alle regole della SEC sono bazzecole se comparati con le centinaia di milioni di dollari in risarcimenti – che possono derivare da cause legali, inchieste delle autorità o accuse lanciate dalla magistratura – che possono derivare dall’essere presenti in un listino americano. Gli azionisti possono trascinare le compagnie in tribunale con molta più facilità in America, visto che le regole della SEC sono molto meno severe di quelle dell’autorità di controllo del mercato azionario tedesco. Per non parlare del fatto che il dipartimento della giustizia americano e la SEC sono state molto più attive nel lanciare inchieste sulle ditte presenti nei listini azionari, specialmente dopo l’ondata di fondi di investimento truffaldini come quello gestito dall’ex capo del NASDAQ Bernard Madoff, che rubò miliardi di dollari ad una serie di investitori famosi.

Secondo Miers, che ha lavorato all’ufficio di corporation finance della SEC dal 1994 al 1997, “il problema vero è questo. La SEC oggi non riesce a capire che dover affrontare la selva di regolamenti americani è diventato un vero incubo. Non c’è dubbio che questa sia un’altra ragione per scappare verso l’uscita”.

Le riforme contenute nella Sarbanes-Oxley richiedono che un manager della compagnia debba approvare tutti i rapporti finanziari emessi. Secondo Stadtmann, “la cosa più importante è proprio che siano l’amministratore delegato o il capo contabile a firmare i rapporti sullo stato delle finanze. Basta che un solo dipendente faccia un piccolo errore e un top manager può finire in galera”. Secondo le legge, un manager che firmi un rapporto finanziario sbagliato rischia una pena detentiva che può arrivare fino a venti anni.

Pochi mesi fa, anche la Daimler ha avuto a che fare con il dipartimento della giustizia americano e con la SEC. Lo scorso aprile, il costruttore automobilistico ha patteggiato le accuse portate dalle due agenzie governative, preferendo pagare una multa di 185 milioni di dollari piuttosto che andare in tribunale per verificare se avesse corrotto direttamente o tramite le sue controllate estere degli alti dirigenti governativi stranieri con denaro proveniente da una serie di conti correnti segreti. Nessuno di questi fatti sarebbe successo sul territorio americano, ma il fatto che la Daimler fosse presente nel listino americano la rendeva perseguibile secondo le leggi statunitensi. A fare scoppiare lo scandalo è stato David Bazzetta, un revisore dei conti statunitense che lavorava per quella che un tempo si chiamava DaimlerChrysler. La Daimler ha dichiarato che questo evento non ha influenzato in alcun modo la decisione di andarsene dal NYSE (yeah, right ndApo).

Nel frattempo, le autorità statunitensi ed europee hanno comminato una multa da record da 1,6 miliardi di dollari alla ditta tedesca Siemens, gigante dell’elettronica e dell’ingegneria civile, che ha preferito patteggiare varie accuse di corruzione. La compagnia ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di andarsene dal NYSE, ma, secondo Stadtmann, anche la Siemens se ne andrà appena possibile.

Andarsene è più facile

Nel 2007, la SEC ha reso meno stringenti diverse richieste fondamentali contenute nella Sarbanes-Oxley, tentando in questo modo di ridurre i costi per le imprese e facilitare l’uscita dai listini azionari. Questa mossa è stata definita dalla SEC, un atto che “elimina alcune condizioni che erano considerate un ostacolo all’ingresso (nei mercati), che incoraggerà le ditte ad entrare nei mercati americani, aumentando la scelta per gli investitori”.

L’effetto, almeno per le compagnie tedesche, è stato esattamente l’opposto. Da quando sono entrate in vigore le regole meno severe, dieci ditte tedesche presenti al NYSE hanno preferito andarsene. I giganti del DAX BASF, E.On e Bayer, nel giro di tre mesi dall’approvazione delle nuove regole hanno annunciato il proprio abbandono del mercato americano.

La SEC ha deciso che le compagnie straniere potevano uscire dal listino se il loro volume di scambi quotidiani su un mercato americano era meno del cinque per cento del volume degli scambi globali. Questa era la cosiddetta “goccia nel secchio”, materia che i dirigenti del NYSE si sono rifiutati di discutere con noi. Le nuove regole hanno permesso alle ditte straniere di riconsiderare la loro presenza nel listino e quindi abbandonare New York.

Oggi, il volume di scambi delle compagnie del DAX come Siemens e SAP è superiore al limite del cinque per cento previsto dal NYSE.

Da parte loro, i dirigenti della Deutsche Telekom e della Daimler dichiarano che oggi è sempre meno importante essere presenti sul mercato di New York. I progressi nell’elettronica e nel trading online permettono agli investitori stranieri di comprare e vendere azioni direttamente sul mercato di Francoforte, invece di dover passare per forza dai listini di New York, Londra o Tokyo. Anche per le grandi ditte che si occupano di investimenti, non importa più se una ditta è nel listino di Bombay, Belgrado o New York.

Secondo Miers, “agli investitori non importa più dove una compagnia sia trattata, se qui (negli Stati Uniti) o all’estero”.

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