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Immagine trovata su repubblicadeglistagisti.itPassano i decenni, ma la situazione economica dell’ Africa resta sempre pessima. Eppure le ragioni per l’ottimismo ci sarebbero. Quando non impegnate in eterne guerre semi-tribali o sotto il tallone di cleptocrati foraggiati da questa o quella potenza, le nazioni africane fanno passi avanti, spesso molto rapidi. Cos’è quindi che impedisce al continente di affrancarsi dalla povertà? Interessante articolo di Oasis Tadika dopo il salto.

Ah, l’Africa, il continente nero, costante fonte delle accuse dei benpensanti e dei peana terzomondisti! Un posto tanto disgraziato da essere stato perseguitato per secoli dai cattivi colonialisti europei che continua a vivere nella miseria più abietta per colpa delle perfide corporazioni americane (ovvio, ne esistono altre?) che fanno di tutto per tenere i poveri bambini neri ignoranti ed affamati. Il fatto che per  quasi sessant’anni i “poveri africani” siano stati capaci di scegliere la propria via e che abbiano fatto di tutto per rendersi la vita difficile, seguendo i pessimi consigli dei cattivi maestri statalisti europei ed impegnandosi con gusto in infinite guerre genocide viene dimenticato in fretta dai maestri del piagnonismo sinistro, sempre pronti a chiedere soldi su soldi da distribuire come meglio credono. Talvolta l’Apolide pensa che l’Africa esista solo per fornire comodi posti strapagati ai falliti sinistri che, incapaci di rubare soldi pubblici come i loro compagni, dirottano sulle Nazioni Unite o la galassia parassita delle ONG tanto-buone-tanto-belle. Finché sono i pensieri di un giornalista in altre cose occupato, passi pure; ma quando è un esperto di economia, per lo più africano e dotato del colore della pelle giusto, a pensare che la ridistribuzione dei redditi sia una strada fallimentare per uscire dalla povertà, le cose dovrebbero cambiare di parecchio. Invece i nostri prodi sinistri preferiscono turarsi le orecchie e continuare a chiedere a tutti di vergognarsi per il crudele passato coloniale ed aprire i portafogli per permettere ai loro amici di comprarsi un bel casale a Capalbio. L’articolo di Oasis Kodila Tedika pubblicato su Contrepoints è ben documentato, chiaro ed onesto: la colpa della povertà in Africa non è delle politiche del cattivo Fondo Monetario Internazionale, ma dei politici africani e dei terzomondisti nostrani, i quali, paracadutando miliardi di dollari nelle mani dei peggiori dittatori sinistri, hanno solo peggiorato le cose, alimentando la corruzione e bloccando la crescita democratica del continente. Un articolo da leggere, stampare e sventolare sotto il naso del solito sinistro petulante capace solo di ripetere le baggianate sentite da altri sinistri interessati solo al proprio portafoglio.

L’Apolide

Povertà in Africa: colpa dei piani di aggiustamento strutturali?
Oasis Kodila Tedika
Originale (in francese): Contrepoints

Con la crisi internazionale, un gran numero di economisti hanno richiesto a gran voce l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Eppure questa istituzione non gode sempre di una buona reputazione. Questo è il caso dell’Africa dove è normale sentire denunciare l’impatto sociale (negativo) dei programmi di aggiustamento strutturale (PAS) che ha sponsorizzato durante l’ultimo quarto del secolo scorso. Nell’immaginario popolare, è il FMI ad essere responsabile dell’aumento della povertà in Africa. Ma forse non è esagerato dargli tutte le colpe?

All’inizio degli anni ’70 è divenuta evidente la vulnerabilità di gran parte delle economie dei paesi africani. Gli equilibri macroeconomici si sono rotti, generando deficit di bilancio, l’esplosione dell’indebitamento, un’inflazione fuori controllo ed un deficit commerciale cronico. In breve, uno scenario catastrofico. L’Africa fu quindi costretta a far ricorso ai programmi di aiuto del FMI. Il rimedio proposto fu, tra le varie proposte, quello di ridurre le spese statali: una necessità che spesso si è tradotta in tagli ai finanziamenti alla sanità, all’assistenza sociale eccetera. Quindi è stata l’austerità di bilancio imposta dai PAS ad essere l’unica responsabile del peggioramento delle condizioni di vita degli africani?

In una serie di articoli, Emanuele Baldacci, Benedict Clements e Sanjeev Gupta hanno verificato come l’austerità imposta dal FMI non ha avuto effetti veramente disastrosi sul piano macroeconomico. Esaminando 39 paesi dai redditi bassi che hanno applicato un programma di aggiustamento approvato dal FMI negli anni ’90, gli autori hanno scoperto che in media i paesi di questo campione (sia africani sia di altri continenti) hanno registrato una crescita del reddito per abitante dello 0,5% all’anno in tutti gli anni ’90. Inoltre vi è stato un miglioramento di un punto di PIL del saldo del budget, fatto che ha avuto un effetto positivo non insignificante sul tasso di crescita del PIL, aumentandolo di almeno un quarto di punto. Senza modificare gli altri fattori, l’austerità quindi non è solo inevitabile in un contesto di indebitamento eccessivo, ma addirittura utile per contribuire all’aumento a breve e medio termine della crescita economica. Il grafico seguente illustra queste conclusioni:

Grafico trovato su contrepoints.org

Osservando questo grafico si nota che se la povertà è aumentata nel periodo immediatamente successivo all’introduzione dei PAS, si è ridotta enormemente nel medio e lungo termine. In effetti, il grafico mostra l’esistenza di una relazione tra l’introduzione dei PAS e l’aumento della povertà. Una delle ragioni di questo fenomeno è che coloro che vivevano a spese dello stato sono stati privati dell’assistenza. Da un certo punto di vista, quindi, un aumento della povertà era inevitabile. Eppure, quando la situazione macroeconomica si è stabilizzata e sono state razionalizzate le spese pubbliche ed approvate certe riforme, il tasso di povertà ha iniziato a scendere, grazie al ritorno della crescita economica e alla relativa creazione di nuovi posti di lavoro.

In uno studio del 2010 intitolato “African Poverty is Falling…Much Faster than You Think !”, Xavier Sala-i-Martin e Maxim Pinkovskiy traggono delle conclusioni ancora più ottimistiche: l’incidenza o l’estensione – la proporzione di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno rispetto al resto della popolazione – della povertà si abbassa molto rapidamente. Il tasso di povertà, che nel 1990 era a circa il 42%, a partire dal 1995 è diminuito rapidamente, per raggiungere il 32% nel 2006. Se il tasso di povertà continuasse a diminuire alla stessa velocità che si è verificata dal 1995 al 2006, l’obiettivo millenario dello sviluppo, ovvero dimezzare la povertà nel pianeta, nell’Africa sub-sahariana sarà raggiunto nel 2017. Precisiamo però che tutte le “riforme” messe in atto dai paesi non sono state necessariamente legate all’iniziativa del FMI.

Lo scaricare l’intera responsabilità della povertà sui PAS, a questo punto, trova ben poche giustificazioni in questo contesto. Questa idea, fondata sull’ipotesi secondo la quale la riduzione della povertà deve passare attraverso la ridistribuzione della ricchezza e quindi attraverso la mediazione dello stato, è del tutto falsa. Sembra troppo sbrigativa e cerca troppe scorciatoie. Ora i sostenitori del nesso casuale tra i PAS e la povertà hanno visto che ci sono stati dei tagli importanti alle spese sociali: questo gli è bastato per concludere che questi aggiustamenti strutturali hanno avuto un effetto negativo sulla povertà. Bella forza, ci sono stati dei tagli! Ma in una certa misura essi erano inevitabili: con o senza aggiustamenti strutturali, in un modo o nell’altro, questi tagli sarebbero comunque dovuti arrivare prima o poi. Il caso greco di oggi è molto istruttivo: una gestione dei bilanci lassista non può continuare ad vitam aeternam.

E poi, contrariamente a quanto possano immaginare, le politiche di ridistribuzione dell’Africa degli anni ’70 ed ’80 avevano già provato la loro inefficacia, causando l’aumento della povertà. In effetti gran parte degli aiuti internazionali furono “ridistribuiti” a governi corrotti che se ne appropriarono: le risorse nazionali furono poi dilapidate, senza preoccuparsi un solo attimo dei poveri.

Per non parlare del fatto che la ricerca economica moderna ha demostrato che la crescita economica è molto più efficace delle politiche redistributive per far uscire la gente dalla povertà. Nel caso africano, la via scelta era stata quella della “decrescita” e quindi della povertà. Per essere ancora più chiari, in un paese dove l’ambiente istituzionale non sollecita né facilita in alcun modo la creazione di nuove imprese, perché costantemente in bilico, ha una burocrazia altamente corrotta e nessun rispetto delle libertà economiche, sul quale sono imposte delle politiche economiche sbagliate, non può che avere una crescita negativa. La povertà ed i tagli delle spese diventano quindi inevitabili. I paesi africani erano costretti ad un “aggiustamento strutturale” per rimettersi sulla strada dello sviluppo, anche se, evidentemente, non è detto che dovessero per forza seguire i PAS proposti all’epoca dal FMI.

Insomma, non si tratta di fare l’apologia del FMI o delle sue politiche. Ben lontani da questo! Osservandoli in dettaglio, ci sono elementi importanti sui quali si può criticare seriamente le politiche seguite negli anni ’80 e ’90, particolarmente il focalizzare tutta l’attenzione all’approccio contabile della crescita economica senza dedicare alcuna attenzione al ruolo delle istituzioni nel cammino verso lo sviluppo. Ecco perché l’ossessione di alcuni nel volerci per forza vedere il mostro che avrebbe distrutto l’Africa non ha molto senso, visto che ha ridotto o fatto del tutto sparire dal dibattito le responsabilità dei politici, dei dirigenti africani e della storia (la colonizzazione etc).

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