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Foto trovata su freedominion.com.paDiciamo che il sospetto ce l’avevo da tempo, ma avevo preferito tenermelo per me. Ora che Paul Driessen ha compilato un atto d’accusa documentato e molto convincente, posso dire che Obambi e la sua allegra cricca di statalisti sta facendo di tutto per far crescere i danni del disastro nel Golfo del Messico per poi nazionalizzare le attività USA della BP. Ricordate, l’avete letto qui per la prima volta. Dopo il salto.

Il Katrina volontario di Obama?
Paul Driessen
Originale (in inglese): Intellectual Conservative
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Fare un casino con la ripulitura della perdita di petrolio della BP o sfruttare al meglio ogni crisi?

In Maggio, un telegiornale mi chiese se potessi affermare che la perdita di greggio della BP era l’uragano Katrina di Obama. Abbiamo discusso le cause degli incidenti, i suoi effetti e lo sforzo per ripulire, ma non gli ho dato quella “ciccia” che cercavano. Per questo mi sono giocato i miei 15 minuti di fama.

Da allora è diventato chiaro come l’analogia con Katrina sia poco calzante. L’uragano del 2005 fu marcato dal fallimento totale sia del sindaco di New Orleans sia del governatore della Louisiana, oltre che dalla risposta iniziale inadeguata della FEMA (Federal Emergency Management Agency, l’equivalente della Protezione Civile negli Stati Uniti, mutatis mutandis ndT) e dell’amministrazione Bush.

La perdita di greggio del 2010 sta vedendo un lavoro titanico da parte dei governatori della costa del Golfo – ed una risposta dell’amministrazione Obama che definire inqualificabile sarebbe troppo generoso. Sembra che stia facendo di tutto per essere incompetente ed ostacolare gli sforzi dei volontari, come se fosse determinata a sfruttare al meglio questa crisi, prolungando la crisi ed aumentando quanto possibile i danni ambientali ed economici per portare avanti la propria agenda politica. Ovvero chiudere le attività di perforazione offshore, portare l’industria petrolifera americana nella sfera di controllo dello stato che già ingloba l’industria automobilistica, le banche, le costruzioni edili e la sanità, costringere ad un costosissimo spostamento di risorse verso le cosiddette energie rinnovabili ed infine passare a forza di legnate il mercato dei certificati verdi attraverso il Congresso.

Come spiegare altrimenti la litania di decisioni burocratiche idiote che hanno sprecato infinite opportunità di proteggere le spiagge, le zone di pesca e gli estuari dei fiumi dalla chiazza oleosa prima che gli uragani rallentino gli sforzi dei volontari? Riflettete un attimo su questa lista di illeciti amministrativi atroci commessi dall’EPA, dal Genio dell’Esercito, dal Dipartimento degli Interni, dal Fish and Wildlife Service, dall’OSHA (Occupational Safety and Hazard Administration, l’equivalente USA dell’INAIL ndT), dal Dipartimento della Giustizia, dalla Casa Bianca e dal Congresso, i quali:

* hanno esentato la BP dai normali controlli periodici ambientali, dalla richiesta di legge di avere piani praticabili ed equipaggiamenti adeguati già in loco per reagire a qualunque tipo di esplosione o perdita, e dal controllo sulla richiesta della BP di procedere a rimuovere fanghi di escavazione dalla colonna di trivellazione nonostante fossero stati notati segnali di un pericoloso aumento della pressione nel pozzo.

* Si sono opposti all’uso in superficie o sott’acqua di schiume disgreganti ed hanno rifiutato l’offerta del Regno Unito di fornire tali sostanze chimiche.

* Hanno costretto gli equipaggi delle navi ad usare draghe da 4 pollici per aspirare il petrolio, dopo che il presidente Obama aveva dichiarato che ‘non si può aspirare il petrolio con una cannuccia’. Hanno rifiutato le modernissime draghe aspira-petrolio offerte dall’Olanda perché rilasciano una minima parte di petrolio nell’oceano mentre aspirano l’acqua di mare e separano il greggio dall’acqua che ributtano nell’oceano (gli standard dell’EPA richiedono che tutte le acque rilasciate dalla draga siano prive di petrolio al 99,90%. Per metterla diversamente, richiedono che tutto il petrolio sia lasciato nell’oceano, così che finisca sulle spiagge o nelle paludi vicino agli estuari dei fiumi, piuttosto che permettere alle navi di raccogliere il 95% del greggio e rilasciare il resto nell’oceano).

* Hanno rifiutato di usare altre navi modernissime, perché il Jones Act del 1920 impedisce l’uso di equipaggi stranieri, anche se altamente specializzati, nelle acque territoriali americane. Secondo il Dipartimento di Stato, il governo federale ha rifiutato 21 offerte di aiuto da 17 nazioni amiche. (Il presidente avrebbe potuto sospendere l’applicazione del Jones Act, come fece il presidente Bush dopo Katrina, ma, a quanto pare, non voleva fare uno sgarbo ai suoi amici sindacalisti).

* Sembra pronto a rifiutare l’aiuto della petroliera taiwanese convertita in draga aspira-petrolio “A Whale”, che proprio ora si sta dirigendo nella zona del Golfo, tirando fuori le solite farlocche eccezioni: il Jones Act e i rischi ambientali.

* Ha rifiutato il permesso di costruire delle barriere protettive, visto che le operazioni di escavazione avrebbero potuto causare dei danni all’ambiente – come se l’ingresso di un’ondata di petrolio in una palude non avesse alcun effetto sugli animali selvatici.

* Ha costretto l’Alabama a rimuovere le barriere che aveva installato per proteggere le sue spiagge per spostarle in Louisiana.

* Ha nominato un comitato scientifico per valutare la risposta all’incidente e poi ha mentito in pubblico dicendo che avevano approvato l’imposizione di una moratoria alle trivellazioni offshore, clausola che è stata aggiunta alle raccomandazioni del comitato dopo che le avevano firmate. Il fatto che tale moratoria avrebbe gravissime conseguenze sull’occupazione e le entrate fiscali degli stati che si affacciano sul Golfo del Messico è stato ignorato dal Dipartimento degli Interni e dalla Casa Bianca, che ha peraltro ignorato un ordine della Corte Federale di Distretto competente di togliere il blocco fino a quando l’intera questione non fosse stata valutata approfonditamente dai tribunali.

* Invece di coordinare una risposta efficace, ha nominato una commissione d’inchiesta sulla perdita di petrolio che include il preside della Harvard Engineering School, un ex dirigente dell’EPA, il presidente di un gruppo ambientalista anti-trivellazioni, un ex senatore degli Stati Uniti da sempre ostile all’industria petrolifera e tre altri membri. Nessuno di loro ha la minima esperienza nelle trivellazioni o nella ripulitura dopo perdite di petrolio in mare.

* Ha minacciato incriminazioni penali per chiunque, cosa che ha raffreddato l’ardore civico dei testimoni, invece di lavorare per capire cosa sia andato storto il 27 aprile e coordinare una campagna di ripulitura efficace.

* Ha tenuto delle audizioni pubbliche al Congresso dove si sono viste grandi dichiarazioni altisonanti, linciaggi dei rappresentanti dell’industria petrolifera, mentre si è glissato sulle mancanze nei regolamenti dell’MMS e sui mancati controlli – questo quando mancano ancora mesi prima che una vera inchiesta possa essere completata ed esamini i fatti legati all’incidente e alla risposta successiva, questo con la perenne spada di Damocle di un’incriminazione penale sulle teste di ogni possibile testimone.

Come ciliegina sulla torta, come risposta ad una catastrofe ambientale in gran parte causata da un governo federale deliberatamente incompetente ed intransigente oltre ogni ragionevole limite, i deputati Waxman, Markey e Stupak, noti per essere feroci oppositori dell’industria petrolifera, hanno presentato il progetto di legge HR 5626, conosciuto come Atto per la Prevenzione delle Esplosioni nei Pozzi di Petrolio (Blowout Prevention Act). Questa legge richiede ad ogni compagnia che cerca di ottenere un permesso per trivellare la garanzia preventiva che potrebbe rispondere a qualsiasi tipo di esplosione, fermarla rapidamente anche se le misure di prevenzione fallissero ed infine essere in grado di trivellare un pozzo parallelo (per drenare il petrolio dal primo pozzo ndT) entro 90 giorni dall’incidente stesso.

Questa “legge di proibizione della produzione di petrolio in America” mette standard di sicurezza altrettanto impossibili da rispettare come sarebbe richiedere ad ogni operatore di petroliere di provare che non potranno mai avere un incidente anche se gli si chiedesse di passare un percorso ad ostacoli che gli stessi legislatori stanno preparando installando migliaia di pale eoliche al largo delle coste. Combinato con le altre iniziative anti-trivellazioni, questa legge aumenterebbe di molto il numero di petroliere dirette negli Stati Uniti piene di greggio e prodotti raffinati – aumentando considerevolmente il numero di incidenti che coinvolgono le petroliere.

Una moratoria di sei mesi causerebbe la perdita di 20-30.000 posti di lavoro nella regione del Golfo. Se la HR 5626 e le altre misure fossero approvate, il blocco potrebbe diventare permanente – cancellando d’un sol colpo centinaia di migliaia di posti di lavoro. Una volta che le piattaforme petrolifere se ne saranno andate, molte non torneranno per molti anni, visto che saranno molto richieste da quei paesi che ancora vogliono estrarre petrolio. Nel frattempo, la Cina, Cuba ed altre nazioni apriranno nuovi pozzi nel nostro giardino di casa, ad esempio al largo della Florida, usando le loro norme e svuotando le riserve di greggio americane, con i prevedibili rischi per le nostre coste.

Chiunque abbia letto il mio libro “Eco-Imperialism: Green Power / Black Death” sa che non sono un sostenitore della BP. Hanno fatto un gran casino nel Golfo, prendendo scorciatoie ad ogni angolo e rispondendo in maniera inadeguata alle prove di laboratorio e agli altri segnali che indicavano dei guai in profondità, rendendo ancora più disastroso il suo curriculum sui danni ambientali e gli incidenti sul posto di lavoro.

Comunque, non c’è nessuna giustificazione possibile per le azioni dell’amministrazione Obama e del Congresso a guida democratica, che sembrano determinati a rendere la crisi ancora più grave – per strangolare le industrie petrolifere e del gas naturale del paese, per non parlare della moltitudine di imprese, lavoratori, famiglie, ospedali, scuole, associazioni caritatevoli che dipendono da esse. In effetti, l’America dipende da un afflusso affidabile e conveniente di petrolio per circa due terzi dell’energia che consumiamo. Milioni di posti di lavoro e miliardi di dollari in royalties ed entrate fiscali dipendono dalle piattaforme petrolifere offshore.

Ora basta. Gli stati del Golfo del Messico devono riappropriarsi del proprio futuro energetico, economico ed ambientale. Nel lungo periodo questo si traduce in una serie di inchieste accurate sui fallimenti della BP e del governo federale e, se fosse il caso, nell’imposizione di punizioni in ambito civile e penale per le mancanze criminali delle imprese e degli agenti governativi.

Nel breve periodo, gli stati che si affacciano sul Golfo del Messico devono far capire a tutti che quelle sono le loro spiagge, i loro fiumi, le loro acque costiere, i loro lavori e le loro entrate fiscali – e che non tollereranno ancora la serie di totali fallimenti che hanno finora caratterizzato l’approccio autoritario tenuto dal governo quando si è appropriato della risposta alla perdita di greggio.

Gli stati non hanno solo il diritto ma anche il dovere di prendere le decisioni riguardanti le draghe, le barriere, le navi separa-petrolio ed ogni altro aspetto relativo alla ripulitura delle coste, rispettando il parere dei propri esperti e forse fregandosene di quello che l’EPA, la Guardia Costiera o le altre agenzie federali possano pensare a proposito.

Solo allora potremo mettere la parola “fine” a questo incubo infinito.

Paul Driessen è il senior policy adviser per il Comitato per un Domani Costruttivo (CFACT), che sponsorizza la campagna educativa All Pain No Gain e si batte contro le politiche legate al riscaldamento globale che mettono a rischio posti di lavoro americani, ed il sito web ClimateDepot, che raccoglie le ultime notizie ed opinioni sul cambiamento climatico. Driessen è anche un senior policy adviser per il Congress of Racial Equality ed autore del libro “Eco-Imperialism: Green Power – Black Death”.

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