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Foto trovata tramite FacebookOggi tocca occuparsi di una faccenda molto più cupa e spiacevole di quelle che di solito sono solito trattare.
La foto che vedete qui a fianco è quella del cadavere di un ragazzo egiziano, un piccolo imprenditore di nome Khaled Mohammed Said che Giovedì scorso ha avuto la pessima idea di protestare per alcuni piccoli soprusi fatti da agenti della polizia di Alessandria d’Egitto nell’internet café dove stava passando la serata. Queste sono le conseguenze della sua “impudenza”. Alcuni amici residenti in Egitto mi hanno informato dell’episodio, illustrandomi il clamore che ha causato nella sempre più numerosa comunità internet del paese africano. Il governo fa finta di niente, la polizia locale ha già fatto circolare la sua versione (quantomai ridicola), i giornali governativi vi hanno dedicato un trafiletto. Circolare, gente, circolare, non c’è niente da vedere qui. Eppure i giovani egiziani dotati di una connessione alla rete si sono rivoltati e stanno organizzando una protesta davanti al ministero dell’interno per domani pomeriggio alle 17.
L’ennesimo episodio di brutalità di una polizia che da troppo tempo si è abituata a fare i propri comodi con lo scudo della legge d’emergenza, primo atto del Raìs Mohammad Hosni Mubarak subito dopo l’attentato che uccise il suo predecessore, sembra aver gettato un altro cerino in una polveriera da anni pronta ad esplodere.

Dopo il salto, provo a riepilogare i fatti salienti dell’episodio, riportando anche dei link ai siti di informazione online egiziani che stanno seguendo la vicenda. La traduzione automatica di Google Chrome non è perfetta, ma basta per dare un’idea di quello che sta succedendo. Non è mio costume chiedere di dare la massima diffusione possibile alle notizie che riporto, ma in questo caso vi chiedo di fare uno sforzo. Se non mi date una mano, temo che questo episodio gravissimo sarà ignorato dai media occidentali, interessati alle violenze del mondo arabo solo quando possono incolpare Stati Uniti o Israele. La realpolitik lasciamola a politici e diplomatici: noi, se vogliamo definirci liberali, libertari o come vi pare, dobbiamo stare dalla parte di chi viene triturato dal moloch totalitario. Come ieri in tutte le dittature, oggi tocca alzare la voce per chiedere giustizia per Khaled; perché, come giustamente ricorda un amico egiziano su Facebook, domani ognuno di noi potrebbe essere Khaled.

Cercare di riepilogare i fatti di una vicenda quando la conoscenza della lingua locale è praticamente nulla è un’impresa molto più difficile di quanto pensassi, ma proverò comunque a fare del mio meglio.

Foto trovata tramite FacebookI rapporti sulla vicenda che si trovano sui giornali online indipendenti sono brevi, confusi e talvolta contraddittori, ma concordano su alcuni elementi di base.
Un ragazzo di 28 anni, residente ad Alessandria d’Egitto, la sera di martedì 8 giugno si trovava seduto con alcuni amici in un internet cafè  in via Bobast, nel quartiere di Cleopatra. Degli agenti del vicino commissariato di Gaber Sidi sono entrati nel locale per non meglio specificati motivi (alcuni siti non menzionano i motivi, uno solo, Shorouk News, dichiara che gli agenti erano impegnati in un raid casuale del cafè perché degli informatori gli avevano riferito che i titolari avevano violato alcuni regolamenti relativi all’identificazione delle persone che si collegano ad Internet. Con questo pretesto, gli agenti si sarebbero sbizzarriti in una serie di controlli illegali che possono sorprendere solo chi non ha mai avuto a che fare con la polizia egiziana, giustificando il tutto con la legislazione d’emergenza) più o meno ufficiali. Quando un agente ha apostrofato pesantemente un amico di Khaled (non si sa se di sesso maschile o femminile), il ragazzo, titolare di una piccola impresa di import-export, ha protestato energicamente. La lite, nata a quanto pare da motivi che definire futili sembra persino eccessivo, è rapidissimamente degenerata: di lì a pochi minuti il ragazzo era preso a calci e pugni da tutti gli agenti e da alcuni informatori della polizia che si trovavano nel locale. Alcuni testimoni dicono di aver visto un agente che sbatteva ripetutamente la testa di Khaled contro il rivestimento di marmo del locale, altri affermano che, mentre veniva trascinato fuori, un agente avrebbe spinto Khaled giù per una scalinata.

I rapporti concordano nel dire che gli agenti, una volta sbollita la rabbia, abbiano preso la macchina d’ordinanza, caricato a bordo Khaled e siano partiti a tutta velocità verso il commissariato. Alcune ore dopo, una macchina si è avvicinata alla residenza della famiglia di Khaled e, senza nemmeno rallentare, ha scaricato il corpo ormai esanime del ragazzo di fronte al portone di casa.

La famiglia di Khaled e in particolare il fratello Ahmed Said Mohammed, hanno immediatamente documentato fotograficamente i vari segni delle percosse che ricoprono il corpo di Khaled. Ahmed, dotato di passaporto americano (quindi immune alle minacce della polizia egiziana, che mai si sognerebbe di maltrattare un occidentale), dopo aver richiesto l’intervento dell’ambasciata degli Stati Uniti, ha chiesto chiarimenti al Tenente Colonnello Emad Eddin Abdel Zaher, capo della sezione investigativa del commissariato di Gaber Sidi, interpellando la stampa e iniziando a far circolare la notizia su Internet.

Foto trovata su FacebookIl comandante ha fornito una spiegazione quantomeno ridicola: Khaled sarebbe stato un corriere della droga inseguito da quattro mandati di cattura e sarebbe morto a causa dell’ingestione di un grande quantitativo di stupefacenti. Questa versione è stata ovviamente riportata acriticamente dai vari giornali governativi che hanno deciso di dedicare giusto un trafiletto alla vicenda. A smentire la versione ufficiale non sono solo i familiari di Khaled ma anche vicini e colleghi di lavoro, che dipingono il giovane come una bravissima persona, sempre gentile e pronta ad aiutare il prossimo. Il giorno 11 arriva un’altra testimonianza da parte di Ahmad Badawy, un attivista del partito al-Ghad; Badawy dice che le due buste di pastiglie appartenevano agli agenti che hanno pestato Khaled. L’attivista ha portato una prova definitiva a supporto delle sue parole, un video che ha girato con una telecamera nascosta di lui che tratta con gli stessi poliziotti l’acquisto di una consistente partita di droghe leggere (secondo alcuni più di 80 chili di hashish e varie buste di droghe sintetiche). Il video, che trovate qui di seguito, non ha sottotitoli in inglese e quindi risulta abbastanza inutile se non conoscete l’arabo. La fisiognomica e l’atteggiamento losco dei poliziotti potrebbe essere interpretato in mille modi: i miei amici egiziani mi confermano che le parole non lasciano spazio a dubbi. Non resta che fidarci o consultare qualcuno che parla arabo.


Il fratello è convinto che Khaled sia morto per le torture ricevute all’interno del commissariato mentre alcuni testimoni pensano che il ragazzo possa aver subito le fratture al cranio che gli sono state fatali già durante il duro pestaggio subito all’interno dell’internet cafè.

La storia più o meno è tutta qui. Di seguito riporto i link ai giornali online egiziani che stanno seguendo la storia; per gli aggiornamenti date un’occhiata ad Al Masry Al Youm, giornale “tradizionale” che dispone di un’ottima versione online in lingua inglese.

http://www.shorouknews.com/ContentData.aspx?ID=245294

http://www.youm7.com/News.asp?NewsID=239233

http://www.masrawy.com/News/Cases/General/2010/june/11/police-violence.aspx

http://www.almasryalyoum.com/en/news/alexandria-policemen-beat-young-man-death-says-rights-group

<<<<<<   AGGIORNAMENTO – 13/06/2010 – 14h52   >>>>>>

Al Jazeera si occupa del caso Khaled sul suo sito internet in lingua araba ma si piega ben presto alle pressioni di chissà quali entità filo-governative.
La storia è riportata in maniera più o meno onesta, ma la foto che accompagna l’articolo (quella che trovate in cima a questo post) viene ben presto considerata troppo esplicita e sostituita dalla foto stile “bravo ragazzo” che ho postato qui sopra.
Insomma, non si sa bene chi, come o quando, ma qualcuno sta cercando di insabbiare il tutto ed i suoi tentacoli arrivano fino ad Abu Dhabi.
Il link per l’articolo (solo in arabo purtroppo) lo trovate qui sotto; speriamo che ad Al Jazeera si ricordino cosa vuol dire essere un giornalista e rimedino in fretta a questa topica leggermente vergognosa.
Più tardi spero di avere dei report dalla manifestazione prevista al Cairo – stay tuned.

http://aljazeera.net/NR/exeres/400A739E-CBAA-4B13-81A5-6A3AE9E2B4C0.htm